Incontri ravvicinati con la poubelle parigina

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Non ho mai imparato la parola “spazzatura”. Mi porto dietro, dai tempi della mia vita ispanofona, il termine basura. Negli anni, basura è stato milanesizzato in  basüra e sta a indicare il rituale del conferimento dei rifiuti. Ora, nell’avventura francofona parigina,è stato ribattezzato semplicemente  poubelle.

Se in Italia smadonnavo per la raccolta differenziata minuziosa e maniacale e/o per i giorni di conferimento (che, detto tra noi, si sposano poco con delle persone che viaggiano in continuazione come noi), qui in Francia posso mangiare tranquillamente un paio di angurie al giorno senza la paura che si autodigerisca anche il sacchetto dell’umido perché  devo conferire la basüra lunedì sera. E siamo solo a venerdì  mattina.

In Italia la scelta della casa girava attorno all’esistenza di a) un appartamento con locale basüra condominiale e/o b) un balcone dove archiviare la complicata raccolta differenziata.

Qui in Francia quasi tutti i palazzi hanno il local poubelle e la raccolta differenziata è molto semplificata. Esiste il sacco nero di umido e secco tutti insieme  appassionatamente, il bidone del vetro, e il bidone giallo del carta-plastica-metallo.

Poi, un po’in disparte da tutto, troviamo l’angolo delle occasioni. Di solito mi capita di trovare lampade, aspirapolveri, sedie, giochi per bambini e annunci di vicini che “se ti è piaciuto questo ripiano, vieni a prenderti il resto della libreria al secondo piano”. Solitamente gli oggetti durano poche ore, vengono rapiti dai vicini che cercano di rianimarli e dare loro una seconda possibilità. Nel peggiore dei casi vengono abbandonati sul marciapiede, in attesa di rottamazione definitiva.

Tante volte sono stata tentata di portarmi su un oggetto, ma mi sono sempre vergognata. Penso sempre a quella volta in cui nel locale basüra dei miei genitori la parruccona  (una vicina con capello alquanto vaporoso) aveva  buttato delle scatole di latta Alitalia, e mia madre quatta quatta le aveva prese, sapendo di farmi un enorme regalo.

Arriviamo quindi a qualche mese fa, il giorno del mio compleanno. Scendo a buttare la poubelle, svuoto i miei sacchi del riciclo e noto qualcosa, proprio in quell’angolo dove timidamente vengono abbandonate le cose strane. Intravedo uno scatolone da cui sbuca una sorta di pennacchio di coccio bianco. Tolgo la carta che lo avvolge, sbircio incuriosita, poi sfilo il coso dallo scatolone. Una statua total white di un Budda.

Eh no, il Budda non si può abbandonare! Men che meno il giorno del mio compleanno. Ora la statua è sul mio mobile e ogni volta che la guardo sorrido per la sua storia di ritrovamento e il suo salvataggio dalla discarica assicurata. Merci, les voisins!

 

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2 thoughts on “Incontri ravvicinati con la poubelle parigina

  1. Francesca ha detto:

    Ah! Ma poi se la spazzatura tua può essere un tesoro mio, che problema c’è? Qui in America c’è un business intorno alla spazzatura degli altri. C’è anche un termine “dumpster diving” per indicare appunto il gesto di “tuffarsi” dentro i bidoni altrui. Colpevole io mille volte di avere guardato e poi fatto mie lampade, cesti, mobiletti e comodini lasciati vicino ai bidoni nel giorno di raccolta. Tutto sta’ nel riconoscere il potenziale delle cose!
    Senza vergogna … 🙂

    Mi piace

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