Nobody said it was easy: riflessioni di un espatrio

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Mi tocca citare ogni volta la canzone dei Coldplay quando mi chiedono come è iniziata la mia avventura da expat 2.0 in terra francese.
In realtà mio marito ed io, lui già  expat 1.0 come me, cercavamo un lavoro che ci portasse a Londra. Le alternative in Europa per il suo settore lavorativo erano pochissime, le altre ci potevano portare molto lontano in posti che non ci attiravano particolamente per crescere un bambino. Nell’estate 2013 sognavo e speravo che l’azienda inglese per cui mio marito stava facendo i colloqui gli avrebbe offerto una posizione a Londra. Avevo preparato tutto nella mia testa, un po’ come nel 1999 che, a scatoloni pronti per traslocare a Roma, alla fine finimmo a vivere ad Atene. E a noi, last minute change, hanno offerto Parigi. Tanto gli imprevisti di cambio città, nella mia vita, non sono più imprevisti.

Parigi? Oddio. Era una città  che fino al settembre 2013 non conoscevamo. Io e mio marito siamo venuti in esplorazione per la prima volta e immaginarci a vivere qui è stata tosta. Challenging ma tosta. Sarà che mi vedevo già nella campagna londinese a guidare dal lato sbagliato, sarà che il mio inglese era migliore del mio francese, sarà che gli inglesi sono più friendly dei francesi…
Sono arrivata con biondino nell’estate 2014. Il posto mi è piaciuto subito, perché ormai avevo deciso che sarebbe diventata casa. Era la nostra prima avventura di famiglia a 3 all’estero ed è  stato un passo importante. Ero stanca della vita in Italia, della mentalità, dei ritmi, e avevo bisogno di un cambiamento.
Qui ho trovato la liberté,  il “vado in giro come mi pare”, il “mangio a qualsiasi ora”, il “mi butto a prendere al sole in un parco senza che nessuno mi infastidisca”, l’impiegato del comune che ti aiuta a risolvere i problemi con il sorriso, quello della posta più simpatico di quello milanese. E la baguette, non manca mai.

Dopo l’entusiasmo iniziale, sarà che in estate col sole è tutto più bello, è arrivato l’autunno, e poi l’inverno. Nobody said it was easy.
Mi sono iniziata ad annoiare e infastidire quando al centesimo curriculum inviato non mi ha risposto nessuno. Quando, portando i cv a mano nelle aziende,  mi rispondevano che non prendevano cv a mano, ma che fuori dalla porta c’era la cassetta delle lettere (e che cambia?).

Nel momento di “crisi”, gli amici e conoscenti italiani si sono divisi in due categorie: i “vedrai che ce la fai a trovare lavoro e anche le amicizie” e i “ma che ci andate a fare all’estero, te l’avevo detto, stavi qui che ti compravi er maghinone”. Certo, per gli ultimi funziona il sistema che per condividere le tue gioie, olé,  ma nei momenti down tel’avevodetto.

Il lavoro qui non l’ho ancora trovato, e non mi va neanche più di cercarlo spasmodicamente come ho fatto per mesi. In compenso ho trovato delle belle persone con cui ho stretto amicizia e se penso che dovrò salutarle quando lascerò la Francia, già mi scende la lacrimuccia.

Nessuno ha detto che espatriare sia semplice: è un casino. Ma se penso che qui abbiamo un lavoro sicuro, se penso che nostro figlio può vivere in un ambiente diverso, bilingue, noi possiamo scoprire posti nuovi, abitudini nuove, persone nuove….questo per me non ha prezzo. E se poi mi manca la famiglia in Italia, posso sempre saltare su un volo easyJet (che detto tra noi, se non ci fosse bisognerebbe inventarla!).

Tanti ci hanno dato dei coraggiosi, degli incoscienti, dei cretini. Io consiglio a tutti quelli che ne abbiano la possibilità di provare a espatriare. Non credo sia più difficile di vivere la situazione attuale italiana, che è  una giungla.

Ci sono dei momenti up e dei momenti down, dei momenti ma perché non ti hanno mandato a Londra?
Siamo partiti per amore e lo facciamocon amore, consapevoli di quello che lasciavamo e alla ricerca di quello che ci mancava.
L’avventura continua.

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