Storia di una camicia di seta

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Andare per saldi con le proprie sorelle è sempre un bene, ti riescono a far comprare dei capi multipurpose che non avresti mai comprato, perché ti convincono di avere delle occasioni mondane fantasma dietro l’angolo e non puoi rinunciare all’acquisto.

L’anno scorso mi trovavo a Milano proprio il giorno dell’inizio dei saldi. Sorella numero 1 mi propone mattinata di shopping. Così, armate di scarpe comode, vestiti facili da togliere, carta di credito ready to use siamo partite di buon’ora per accaparrarci i pezzi migliori del primo giorno di sconti.

La ricerca è mirata a capi passe-partout per sorella 1, che possano essere sfruttati per un’inaugurazione, una conferenza stampa,  una serata a teatro. O per me, per una mattinata al mercato, un pomeriggio al parco o una serata…su un volo easyJet. L’emozionante vita mondana dell’expat disoccupata.
Sorella numero 1 mi convince che bisogna avere dei vestiti pronti per eventuali colloqui di lavoro (ma quelli li ho sempre pronti!) e outfit per nonsisamai, una cena, un aperitivo, un invito last minute.

Entriamo in un negozio e intravediamo una camicia, forse più una casacca, una blusa, insomma, non saprei come chiamarla. In seta, azzurro carta da zucchero, con due spacchi laterali e una cintura nera in vita. Elegante, fine, semplice. Eppure bella, bellissima. Decido di comprarla, mentre sorella 2 dà la sua approvazione alla foto inviata via whatsapp.

Già me la vedo addosso, abbinata a un pantalone nero semplice, il bauletto nero appena comprato (con la scusa di eventuali colloqui, un evergreen) e una scarpetta nera o una ballerina, a seconda dell’occasione. Qui in Francia la scarpa conta poco, perché viene abbandonata all’ingresso di casa. Anche quando si è invitati si sta scalzi. Conviene investire di più in calzini non bucati e shellac, anziché in Louboutin da usare solo in ascensore.

Torno a Parigi con la camicia. Cioè in valigia, mica per volare easyJet. La lavo, la stiro e la ripongo nell’armadio. In attesa di un’occasione in cui sfoggiarla. Tipo una degustazione di mango al mercato, una partita a biglie al parco, un vernissage del pianerottolo. Giace lì nell’armadio a guardarmi, implorandomi di essere usata, per un anno.

Poi, qualche giorno fa, mio marito mi comunica che siamo invitati  ad un aperitivo-cena-festa a casa di un suo collega. Uno di quelli che fa le feste in grande e puoi tenere le scarpe. Presenti anche le mogli degli altri colleghi, quelle che tra brillocchi, borse, orologi e Jimmy Choo anche in spiaggia, devono dormire (vestite) nel caveau della banca.
Quale migliore occasione per sfoggiare la camicia!

Preparo l’outfit: me lo provo, lo stiro, lo fotografo e chiedo consiglio a sorella 1 e 2. Approvato. Evvai. È fatta.
Mi vesto con calma, unghie rosse, capelli fin troppo lisci nonostante l’umidità, trucco perfetto. Hanno retto perfino le collant, miracolo, visto che avevo esaurito il parco calze appena comprato in Italia.
Mentre vado a recuperare il maglioncino sul letto, torno in camera del biondino a vedere se si è già vestito. È in bagno, in attesa di qualcuno che lo pettini con il gel, che gli faccia il “pico“, come dice lui. Torno in camera, intravedo il profumo e decido di spruzzarmelo. Non me lo spruzzo mai prima di essermi completamente vestita. La bottiglietta del profumo decide di esplodere sulla mia camicia, macchiandola. Oddio. E adesso? Posso andare conciata così? Eravamo addirittura in orario!

Decido di provare a smacchiarla, poi phonarla. Niente, la macchia è lì. Anzi, l’alone si è perfino ingrandito. Desisto. Prendo la prima cosa che trovo nell’armadio, una blusa carina che però, scoprirò dopo, essersi stinta al primo lavaggio. Il broncio. Volevo mettermi quella camicia, avevo deciso che quella sera avrebbe fatto il suo debutto in società. Invece mi trovo con una blusa mezza stinta con dei fili penduli e che non mi piace.

L’indomani, sorella 2 trova dei rimedi per le macchie di profumo, ma nulla. Anzi, con il sapone di Marsiglia è andato via il colore. Chiamo mia mamma, le racconto il fatto, lei cerca di consolarmi dicendo che “sicuramente ti sei messa un’altra cosa carina”. Mi sentivo un cesso. Mi dice di provare in tintoria, ma le ricordo che porto le cose quasi pulite e mi tornano indietro con dei peli di gatto altrui, non mi fido. Al mio prossimo viaggio in Italia mi dovrà attaccare un centinaio di paillettes, o forse una fascia nera, che magari possiamo salvarla, che mi dispiace, mi piaceva così tanto quella camicia.

*****

Mentre finisco di scrivere il post sono in attesa che La Camicia si asciughi. Oggi pomeriggio ho tentato un salvataggio in extremis che vi racconterò solo se sarà andato a buon fine. O forse vi racconterò lo stesso. Siete curiosi?

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One thought on “Storia di una camicia di seta

  1. lastminutechanges ha detto:

    Copio e incollo un commento che era andato perso. Grazie Sonia!
    Sonia scrive:

    31 marzo 2016 alle 23:51  

    Sono la ‘mezzana’ di tre figli,
    mami riconosco perfettamente nella storia.
    I fratelli hanno la capacità di convincerti come nessun altro
    Blog interessante,
    Continua così 

    Mi piace

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