Archivi categoria: Francia

Mamma, vuoi giocare a Mistigri?

image

Mio padre chiamava le bambine sudamericane addobbate per la festa Peppa Tencia. Con quei capelli neri adornati di fiocchetti pacchiani e vestitini vaporosi e meringati. Ho sempre pensato che il termine Peppa Tencia fosse entrato nel nostro lessico familiare tramite il dialetto pugliese. Invece mi sbagliavo e ho scoperto solo qualche anno fa che la Peppa Tencia è la donna di picche in un gioco di carte e il termine è lombardo. L’altro ramo della mia famiglia.

Per Natale mio figlio ha ricevuto da un amichetto un gioco di carte che è molto popolare tra i bambini francesi che si chiama Mistigri o Chat Noir. La fascia di età consigliata è tra i 4 e i 7 anni, ma si può giocare con tutta la famiglia, nonni inclusi.
Il mazzo è composto da 33 carte, di cui una raffigura un gatto nero, ribattezzato, a casa nostra, Peppa Tencia.
Lo scopo del gioco è quello di pescare delle carte dagli avversari per formare delle coppie con le proprie carte e poi scartarle. Perde chi si trova in mano per ultimo con il gatto nero.

Nella mia ottimizzazione dello spazio da valigia stavo valutando se vale la pena portarsi questo gioco sempre dietro. Decisamente si. Occupa pochissimo spazio e mio figlio si diverte tantissimo (soprattutto quando vince). Lo stesso mazzo si può usare anche per giocare a memory, togliendo la carta del gatto nero. Oppure si può provare ad adattare un memory con una coppia spaiata. Per i più grandicelli, si può usare un mazzo di carte francesi.

Le maestre francesi usano questo gioco di carte anche in classe, alla materna, spesso proponendolo come lavoretto agli allievi. In effetti non ci vuole molto a fare 33 carte. Possiamo personalizzarle utilizzando dei doppioni di figurine di album scompagnati, dei collage, delle lettere, dei numeri…Perfetto per le giornate piovose o per i pomeriggi afosi.

Mi sa proprio che questo Mistigri sta prendendo il posto del mio amato Uno, ricordo del mio espatrio in Venezuela, correva l’anno 1993.

E a voi piace giocare a carte con i vostri bambini?

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , ,

Come insegnare a leggere in francese al bambino bilingue

image

Il mio biondino cinquenne, da un bel po’ di mesi, ha iniziato a chiedere “come si legge questo?”. Così, per gioco, gli abbiamo spiegato come si legge in italiano, ma senza usare troppi termini tecnici e paroloni complicati. Conoscendo l’alfabeto, non è stato molto difficile lanciarsi nella lettura. Imparate le regolette delle h mute, le gh e ch, l’impresa è stata abbastanza semplice.

Quando il biondino ha provato a leggere delle parole in francese sembrava Totò e noio volevam savoir. Avevo bisogno di un supporto cartaceo for dummies per potergli spiegare che in francese determinati gruppi di lettere creano suoni difficilmente pronunciabili diversi.
Ho chiesto a delle mamme con figli più grandi che metodo avessero usato a scuola per l’apprendimento della lettura. I due metodi in uso, quello sillabico e il globale (lanciarsi a leggere tutto insieme), sembrerebbero essere alternati e “altalenanti” nella scuola francese. Vanno a periodi… Però per una lingua come il francese sono sempre stata simpatizzante del metodo sillabico e mi sono focalizzata su questo.
Ho cercato su internet del materiale semplice che potesse essere adatto alla sua età, ma non avevo trovato nulla che facesse al nostro caso. Così, un giorno, sono andata in biblioteca e ho chiesto aiuto.

E proprio grazie all’aiuto della bibliotecaria ho trovato il libro perfetto.
Si tratta del “Méthode de lecture” edito da Bled. È consigliato per i bambini dai 5 anni in su e mi sento di consigliarlo anche a ragazzini più grandi che stanno imparando il francese come seconda lingua.

Ogni unità è composta da due o quattro pagine, a seconda della difficoltà del suono che si sta studiando. Il bambino deve riconoscere il suono della lettera o gruppi di lettere trovandolo tra le parole raffigurate in un disegno, poi deve tracciare con il dito ricalcando la lettera sulla pagina accanto. Ci sono delle sillabe in stampatello maiuscolo, minuscolo e in corsivo e delle parole che il bambino deve leggere. Andando avanti con le unità il bambino imparerà a leggere le intere frasi proposte con le sillabe della lezione e quelle apprese nelle pagine precedenti.
image

In particolare, l’unità che tratta la differenza dei suoni delle “è é ê” è  mi ha stupito. Mi ci erano voluti 15 anni per capirli… Mio figlio li ha imparati in cinque minuti, questi accenti! Ora ha affinato talmente tanto l’orecchio che scrive gli accenti francesi sulle “e” italiane.

Con il metodo Bled cerchiamo di studiare un’unità ogni sera, solo se lui ne ha voglia. Se invece vuole ascoltare una storia, verso la fine del racconto, gli chiedo di leggere qualche parola qua e là, per tenersi in allenamento.

Ho acquistato da Fnac anche altri libri che preparano per l’ingresso in primaire. Mi è piaciuto molto un ventaglio di carte con tutto il programma della Grande section, l’ultimo anno di scuola materna francese. Utilissimi in viaggio e in fila alla poste, questi quiz stimolano il bambino a leggere…le risposte sul retro!
Nonostante tutto questo arsenale di libri e carte, i volantini pubblicitari, le insegne e le scatole dei cereali rimangono la nostra passione e la fonte primaria di apprendimento.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Sei un siedista o un impiedista?

image

Mi piacciono le differenze culturali e di abitudini..finché non sono troppo diverse dalle mie.
Oggi ho accompagnato la scuola di mio figlio ad una gara in un campo sportivo. Erano circa 300 bambini tra i 3 e i 10 anni.

Sono stata incaricata da una delle maestre di aiutare i bambini ad andare in bagno. Io. Quella che il lysoform a colazione. Quella che ha sverniciato la cromatura di rubinetti di un centinaio di hotel con potentissimi spray disinfettanti. Quella che in case of emergency la fa nel bicchierino. Si, io. Per di più in un bagno francese.

Arrivo con il primo gruppo di bambine, fortunatamente dell’ultimo anno delle elementari. Ci mettiamo in fila, sondo con le altre maestre le abitudini “sederecce” locali. Mi guardano con la faccia da punto interrogativo. Mi dimostro straniera e articolo male delle frasi in francese per depistare il nemico. Non faccio in tempo a raccomandare alle ragazzine un ultimo “non ti appoggiare”, che trac. Eccole lì, belle appollaiate sul wc del bagno pubblico. Quasi quasi mancava la settimana enigmistica, wc edition.
Faccio un breve sondaggio, ma tra i locali la cosa non viene capita: perché  mai una persona dovrebbe non sedersi sul wc? Mica si tratta di cesso alla turca!

Torno a casa con quest’idea in mente e catalogo l’usanza del siedista come una cosa tutta francese. Non solo il bidet, ma anche la seduta di gabinetto libera. Come quando fanno l’annuncio in aeroplano che “questo volo sarà free seating“. E tutti a sedersi liberamente in bagno.
Poi, ancora in piena fase sconvoltaren, chiedo a un gruppo di mamme espatriate di spiegare le usanze nel loro Paese ospitante. Le abitudini straniere non le ho capite, ma ho scoperto che un bel campione di mamme italiane sono dichiaratamente siediste e fanno altrettanto con i propri figli. Non me lo aspettavo proprio.

Non voglio dire che sia giusto o sbagliato, ognuno è libero di sedersi e appoggiarsi. Sono io che provo schifo al solo pensiero dei bagni pubblici, anche se all’occhio possono sembrare puliti.
La mia curiosità di sapere questa usanza nel Mondo continua, ma siedisti non mi avrete mai.
Sono felicemente impiedista. Ho visto cose che voi umani…

Contrassegnato da tag , , , , ,

Quando l’expat è in cerca di bussola

image

Lo so, mi stufo presto. Quando sto per arrivare al 30 per fare 31, già penso all’1 di qualcos’altro.
Anche se non mi piace fermarmi alla prima impressione delle persone, dei luoghi e delle esperienze, bene o male riesco a farmi un’idea e continuo la mia ricerca più o meno entusiasta.

Quando sono arrivata a Parigi, 2 anni fa, ero carica di speranze e piena di aspettative. Alcune sono state deluse, come la difficile ricerca di lavoro nel mio settore. Credo che se avessi trovato lavoro non avrei scalpitato tanto. Non per andarmene da qui, ma per cambiare. Rivedere da capo la mia routine, il mio approccio con la gente, la mia voglia di riprendere a lavorare, e cercare di vedere il mondo da una diversa prospettiva.

Finito il primo anno francese e scontenta del fatto che per me, lavorativamente parlando, “non c’è trippa per gatti” , avevo ripreso a inseguire il sogno londinese. Quello che avevo iniziato nel 2010, perso di vista nel 2013 per un last minute change, e quasi acchiappato nel 2015. Oh, niente da fare. Londra non mi vuole. Eppure per me ha un richiamo come se ci avessi vissuto in una vita precedente. La sento onesta, accogliente, mia. La bastarda di Parigi mi ha conquistato con calma, ma più per la sua bellezza che per il suo carattere.
Londra si fa desiderare, e lo farà per molto ancora. Dovrò mettere sotto chiave il sogno, manderò un messaggio alla Regina per dirle che sono in ritardo e che forse non farò in tempo: d’altronde non ho mai imparato a guidare dal lato sbagliato e mi fa anche un po’ paura.

Così, il giorno dopo gli attentati di Parigi di Novembre, in uno stato di shock generale, si iniziava a prospettare un altro spostamento. “Tanto, alle brutte brutte, l’anno prossimo a Londra ci finiamo”.
E invece no. Londra mi snobba. Ma non ne faccio un dramma.

C’è un’altra città all’orizzonte che aspetta la mia valigia. Welcome, change. Ho tanta voglia di esplorare, conoscere la gente del posto, imparare una lingua nuova. Voglio sapere esattamente adesso, perché sono un’impaziente, come mi conquisterà la città. O come la conquisterò io. Non sto nella pelle di sapere come saranno le mie giornate, di che colore sarà il cielo, se scricchiolerà il parquet del mio salotto.
Vorrei sapere come si chiameranno le mie nuove amiche e a che ora ci si vedrà per il caffè.
Voglio sapere che gusto ha la pioggia e come soffia il vento, da quelle parti. Voglio novità.
Voglio che sia uguale a qui, ma diverso. Porterò un po’ di “me” con me stessa, ma non troppo.

Mi inizia a mancare già questo posto, che in realtà è pieno di stimoli, ma forse “sbagliato e incompatibile” con quello che avrei voluto fare. Con la testa sto già vivendo altrove, sono catapultata a ore di distanza da qui. E poi sogno. Ho tante speranze di trovare un luogo migliore per vivere e che abbia quello che mi mancava in Francia e in Italia.
Il mio cervello macina idee in continuazione, scalpita a più non posso.

Sono asettica su tante cose ma non posso esserlo per le città che mi hanno ospitato: in tutte quante ci ho lasciato il cuore.
E se dovessi riassumere in poche parole le esperienze da giramondo mie e di mio marito direi che lo facciamo con trasporto.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Una passeggiata al Parc de Sceaux

image

A pochi chilometri a sud di Parigi si trova il Parc de Sceaux, uno dei primi giardini che ho conosciuto dopo essermi trasferita in Île-de-France.
Maestoso e imponente come tutti i parchi alla francese, copre un’area di 181 ettari sui comuni di Antony e Sceaux.
È raggiungibile con la linea Rer B dalle fermate Parc de Sceaux e La Croix de Berny, oltre che da varie linee di autobus che fermano tutto attorno al perimetro.

Voluto da Jean-Baptiste Colbert e da suo figlio alla fine del XVII secolo, il giardino del parco fu disegnato da André Le Nôtre, l’architetto creatore di splendidi giardini, tra cui Versailles e Fontainebleau.
Al centro del parco troviamo le bassin, un bacino artificiale che si allarga alla sua destra in una forma ottagonale.

image

Delle scalinate portano verso la parte la alta e costeggiano una grossa fontata a cascata con dei giochi d’acqua. Sette mascheroni fanno da cornice al primo bacino della fontana e sono opere di Rodin, inizialmente poste a decorare una fontana del Trocadéro in occasione dell’Esposizione Universale del 1878.

image

image

Alla fine della salita si arriva allo Château, costruito nel 1856 per volere del duca di Treviso. Da quel punto si può ammirare anche l’Orangerie, del 1686, per opera di Jules Hardouin-Mansart.
Lo Château oggi ospita un Museo. Varie esposizioni vengono organizzate sia all’aperto che all’interno degli edifici principali che fanno parte del Domaine del Parc de Sceaux.

image

Château  de Sceaux

image

Una parte del parco é dedicata ai ciliegi giapponesi e durante la fioritura la comunità giapponese si riunisce per il tradizione picnic.
Ci sono vari spazi dove ci si può apparecchiare con la propria tovaglia e mangiare insieme alla famiglia e amici, i bambini hanno delle aree gioco a disposizione e un teatrino con spettacoli di marionette. Ci sono anche due recinti con degli animali come cavalli, pecore e caprette che si occupano di “tagliare” il prato.

image

È un luogo a cui sono particolarmente legata e una tappa obbligata quando devo riflettere perché i suoi scorci e le sue sfumature di verde mi rilassano e ho la sensazione di trovarmi in un’oasi di pace . In settimana non è troppo frequentato e molto piacevole da percorrere a piedi o in bicicletta. Per quanto sia meno famoso di altri parchi dell’Île-de-France, in una bella giornata di sole lo consiglio ai turisti per un picnic last minute: oltre alla natura, c’è una fetta di cultura francese da ammirare.

image

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Una supersonica visita a…

image

Vado a fare la spesa, parto già prevenuta che anche in questo supermercato non saranno in grado di tagliare la mortadella, non ci sarà il mio detersivo preferito e i cereali che tanto mi piacevano, beh, li hanno ritirati dal mercato. Sulla strada che da casa mi porta al Carrefour becco, senza esagerare, una quindicina di imbecilli al volante di auto della scuola guida. Ma dico io, perché devono intasare la strada che porta all’aeroporto? Non possono farsi le penniche ai semafori di un’altra zona? Sì, perché in Francia, quando scatta il verde, il guidatore – anche se non piu’ principiante- aspetta a partire. Secondo me c’è una regola del codice della strada che prevede una siesta, o una procedura particolare per cui tra quando molli il freno e schiacci l’acceleratore devi contare fino a 10 in sanscrito. E comunque dietro ogni rimbambito con il cappello invisibile capito io. Come alla cassa del supermercato, riesco a scegliere sempre la fila più lunga.

Con queste premesse, arrivo al parcheggio del supermercato con i capelli in piedi. Ho provato a fare la spesa online, e mi è anche abbastanza piaciuta, ma c’è una ragione particolare per cui mi faccio tutte le rotonde con semaforo incluso (metodo del doppio ingorgo) per arrivare fino a qui. E non è per la mortadella che finalmente qualcuno ha imparato a tagliare, ma un incontro speciale che faccio ogni volta che parcheggio.

Il supermercato confina con le piste dell’aeroporto di Orly, e vedere degli aeroplani da vicinissimo già dovrebbe essere sufficiente per calmarmi. Invece, proprio adiacente alla rete del parcheggio, c’è lui: sua maestà il Concorde.

image

Il Musée Delta di Athis Mons accoglie un esemplare di concorde, matricole F-WTSA. Dal 1973 al 1975 ha effettuato 311 voli supersonici. Non era destinato al servizio di linea, bensì a dei voli di dimostrazione e sviluppo del progetto Concorde.
Parte della cabina era stata equipaggiata di sedili di lusso, per accogliere i rappresentanti delle compagnie aeree ed eventualmente far firmare loro i contratti di acquisto.

Dal 1976 F-WTSA è stato esposto a Orly e negli anni ha subito varie trasformazioni. Dapprima il cockpit era stato reso inaccessibile da un pannello di plexiglass, ma più recentemente (forse a causa dei lavori di restauro) la paratia è stata tolta ed è possibile sedersi e farsi fotografare ai comandi.
La prima sezione della cabina passeggeri ha dei sedili, anche se originariamente era dedicata a degli strumenti di misurazione. Nella seconda parte possiamo ammirare una ricostruzione e molte fotografie della vita del Concorde.

image

image

image

Il Museo è aperto solamente dalle 14 alle 18, di mercoledì e di sabato.
Il Concorde è facilmente raggiungibile in auto e si può usare il parcheggio del vicino Carrefour. Oppure con il tram t7 che fa capolinea proprio davanti all’aeroplano ed è una fermata dopo l’aeroporto di Orly.
L’ingresso comprende la visita guidata ed è di 3 euro per gli adulti, 1 euro per i bambini dai 5 ai 12 anni e gratuito per i minori di 5 anni.
Il personale del Museo è molto disponibile a fornire spiegazioni tecniche sulla vita di questo fantastico aeroplano.
Una piccola boutique di souvenir a tema aeronautico è presente all’ingresso.
Ulteriori informazioni qui.

Dopo aver visitato gli esemplari esposti a Le Bourget, dove tutto è accuratamente impacchettato, scoprire il Musée Delta è stato molto piacevole per provare l’emozione di sedersi in cabina di pilotaggio e scattare foto.
Che siate grandi, piccini, appassionati o solo di passaggio a Orly, un giretto sull’aeroplano supersonico è d’obbligo.

Chi non ha mai sognato volare sul Concorde?

Contrassegnato da tag , , , , ,

L’assurdità del digicode

image

Quando ero alla ricerca di un appartamento in affitto vicino a Parigi, mi ha incuriosito molto la quasi totale assenza della porte blindate. Evidentemente in questa zona non ci sono tanti furti, mi sono detta. L’agente immobilare mi ha spiegato che il palazzo che stavamo visitando, come la maggior parte dei palazzi in Ile-de-France, è dotato di digicode, ovvero un tastierino alfanumerico posto all’esterno del palazzo. Attraverso l’immissione di un codice, la o le porte che danno al locale citofoni si sbloccano. Il postino e i fattorini hanno un sistema per sbloccarle automaticamente, mentre le altre persone o eventuali ospiti devono avere il codice.

Pensavo che ogni utente avesse il proprio account, invece è un codice per tutti, almeno nel mio palazzo, così come nei palazzi di altri amici della zona.
Dunque, quello che sembrava essere Alcatraz, in realtà, è solamente una presa in giro ed un pellegrinare di vecchiette con delle bibbie di codici che cercano di digitare quello giusto, o di più giovani che sullo smartphone hanno una sezione per i codici degli amici .

A rinforzare la sicurezza del digicode, o forse solo per ovviare alla pigrizia di dover digitare i numeri, esiste il Vigik, ovvero un chip che al contatto con la centralina fa sbloccare il cancello. Pur avendo questo sistema, il tastierino numerico è d’obbligo per i non residenti. Quindi il codice lo conosce praticamente chiunque, e avendo io uno studio medico nel palazzo, non serve a nulla. Mi aspettavo che ogni tanto questo fosse modificato, ma invece Alcatraz è come avere libero accesso al pianerottolo.

Mentre fotografavo il tastierino, il caposcala mi ha sgamata in pieno e mi ha sparato un “ça vaaaa?”. Penserà mica che sono una hacker di codici digicode? No, non ce la puo’ fare…

Un paio di mesi fa una vicina di casa è stata seguita di notte mentre parcheggiava e dei ladri sono entrati nel garage. Hanno rubato dei telecomandi di accesso ai sotterranei, delle ruote di alcune macchine tra cui la sua (che è parcheggiata accanto alla mia che invece è stata risparmiata).
Pare che questa pratica di far trovare la macchina su 4 estitori sia molto in voga nella nostra zona. Il caposcala, quello di stamattina, insieme a un altro anzianotto francese (totalmente a digiuno di tecnologie), cercava di risalire al numero seriale del telecomando rubato per poterlo comunicare alla ditta che fa manutenzione, in modo da bloccare l’accesso a quel telecomando. Al caposcala, che avrà 70 anni per gamba e in euro, ho detto di non farsi fregare dalla ditta perché un telecomando si può duplicare o clonare. Mi ha guardato come se avessi comunicato un’informazione riservatissima e fossi ladra di professione, o anche solo per diletto!

Ma avere un cancello con una chiave all’antica o i citofoni all’esterno era troppo complicato?
L’unica certezza è che con il mazzo di chiavi non a portata di mano, uno se le dimentichi in casa. Le porte degli appartamenti non hanno la maniglia all’esterno e hai voglia a provare ad aprire con una lastra… Ci stavo cascando anch’io poco fa, mentre ridacchiavo da sola per scendere a fare la foto al tastierino…

Contrassegnato da tag , , , , ,

(Non) ho scoperto l’acqua calda

image

Guardo fuori dal balcone e vedo lì, che giace abbandonato, un coso. E così mi viene in mente il perché di quell’acquisto, un innaffiatoio da 11 litri. Io che pollice verde meno di zero e che sul minibalcone ho solo un gambo di sedano, cosa ci avrò mai fatto con un oggetto del genere? I gavettoni? Si, li dovevo fare a tutta la combriccola di inutili burocrati e sedicenti tecnici che hanno fatto diventare qualcosa che si poteva risolvere in breve periodo nella storia infinita. Può succedere in qualsiasi parte del pianeta e non voglio dire nulla sugli idraulici francesi, ma…

I fatti:
Pasqua 2015, mentre sto per imbarcarmi su un volo easyJet da Linate a Orly, mi arriva un messaggio di mio marito: “spero vi siate già docciati perché stamattina ho avuto la sensazione che il boiler non stesse funzionando”. Umh, ok, ha scritto sensazione, magari si è svegliato all’alba per andare al lavoro e l’acqua gli è parsa fredda. Magari ha solo dormito scoperto o è solo saltata la luce stanotte e il boiler, le ballon d’eau, non ha scaldato l’acqua.

Una volta a Parigi, mio marito dice di aver smanovrato un po’ i fili, dato qualche botta, ma niente, l’acqua è ghiacciata e siccome oggi è Pasqua, domani Pasquetta, l’agenzia potremmo chiamarla solo martedì  e nel frattempo ci laveremo all’antica alla Luigi XIV.

Martedì mattina chiamo l’agenzia, spiego il problema e richiedo un intervento tempestivo. La procedura per richiederlo è lunga, incasinata, burocratica.
L’idraulico richiama, con comodo, mercoledì. Questo grosso gruppo di agenzie e gestione immobiliare che ha in carico il nostro appartamento si affida a una ditta di idraulici del centro di Parigi. Una schiera di professionisti sceltissimi pronti a intervenire con potentissimi mezzi tra cui la torcia dello smartphone e miprestauncacciavite. Mi aspettavo un “a signo’, entro stasera joo mando a da’n’occhiata”, ma ero geograficamente molto fuori pista.
La segretaria della ditta dice che la scelta della fascia oraria per l’appuntamento, le créneau, non può farlo lei e dopo la telefonata arriverà una mail con un link al sistemone che ti fa scegliere tra qualche proposta di disponibilità. Sostanzialmente, con questo macchinoso sistema, scopri da solo che l’esperto sceltissimo può venire solo venerdì. Ok, organizziamoci per accoglierlo il venerdì tra le 14 e le 16.

Venerdì pomeriggio arriva l’idraulico. Equipaggiato con smartphone, tablet e un alito pestilenziale che poteva fungere da fiamma ossidrica all’uopo. Mi chiedo se per caso abbia un blog di scaldabagni e sifoni, evidentemente la borsa con gli attrezzi ce l’avrà in macchina. Uno cosa si aspetta? La classica “scendo a prendere i pezzi e torno”. Invece no. L’esperto tecnico sceltissimo prende lo smartphone, illumina lo scaldabagno (scusi, le tengo il flash, vuole un cavalletto, chiamo Oliviero Toscani, ci mettiamo in posa?) e con il tablet fa delle foto al boiler. Cioè, di scaldabagni nel Mondo ce ne sono tanti, ma che cavolo ti fotografi che non c’è  neppure un numero di serie o modello?
Armeggia con il pannello, “Madame, apra il rubinetto, ça ne marche pas“. E questo lo sapevamo già, ma poi? Il tecnico è a casa mia solo per constatare che lo scaldabagno non funziona! D’accordo, quindi? L’idraulico deve fare un preventivo che l’agenzia deve inoltrare al padrone di casa il quale deve dare l’ok a procedere, richiamando l’agenzia, che deve avvertire la ditta degli idraulici e la simpatica segretaria deve attivare er sistemone. Semplice, no? Lo scaldabagno poteva essere sostituito ma, no, tocca sperare nelle riparazioni. Possono essere tre cose: la scheda elettronica, il termostato o la resistenza.

Verso fine della seconda settimana torna il tecnico con il pezzo che lui crede sia quello giusto, ovvero la scheda elettronica. La monta, dice di non aprire l’acqua calda per un po’ di ore ma per lui c’est bon c’est bon, il pannello con i led è funzionante e vissero tutti felici e contenti. Senza aspettare di avere un feedback da parte mia per sapere se effettivamente il coso scalda, alitopesante decide di chiudere e far archiviare la pratica.

L’indomani scopro che il boiler non funziona ancora. Chiamo il tecnico sul cellulare, dice di chiamare in sede ma avendo lui chiuso la pratica devo richiamare l’agenzia e tornare al punto numero 1. Ok, può succedere che una scheda sia difettosa…
Nel frattempo inizio a scalpitare, pur avendo messo a punto un metodo infallibile per la doccia alternativa. Intanto minacciamo l’agenzia di non pagare affitto, proponiamo di cambiare il boiler a nostre spese (un migliaio di euro con installazione), ma non ne vogliono sapere. Nessuno ci rimborserà.

Richiamo agenzia, sede, mail, er sistemone, tecnico. Torna per constatare che non funziona. Siamo alla settimana 3. La settimana 4 tornano con un’altra scheda, non va.
Decidiamo di andare a comprarci gli altri pezzi di nascosto, li installiamo, non va. Rimane solo da cambiare la resistenza. Io, nel frattempo, non resisto e vado a farmi la doccia in Italia con il bambino.

Gli idraulici ordinano dei pezzi, sempre con appuntamento settimanale, ormai pare una fiction, ma con dei festivi di mezzo i pezzi non arrivano. Addirittura fanno una riunione tra idraulici per capire dalle foto il problema del nostro ballon d’eau.
Iniziano a darci buca agli appuntamenti, loro, i precisini esperti idraulici sceltissimi sotuttoio.
Vado su tutte le furie, ormai è un mese che mi doccio con un innaffiatoio di Leroy Merlin da 11 litri riempito di acqua calda del bollitore per il tè. All’agenzia non interessa il nostro disagio, non ci sconterà un euro di affitto né ci pagherà un hotel.
Quando mio marito si presenta in agenzia, imbufalito, non vogliono neanche riceverlo. Tramite la reception gli fanno sapere che gli arriverà una mail. Dicono di aver chiamato un altro idraulico di un’altra ditta, che eccezionalmente potrebbe venire sabato. Finalmente qualcuno flessibile e disponibile, ma comunque poco competente in materia boiler.

Mi di presenta un altro genio dello scaldabagno. Dopo aver bofonchiato delle cose in francese antico e aver fatto la foto (ma avranno una fotocamera a raggi X?) e aver smentito mio marito sulla teoria del “o è la resistenza, o la resistenza”, guarda bene la foto e emette il verdetto: è la resistenza da cambiare, si capisce da quegli aloni che si vedono! Oddio, ha scoperto l’acqua calda! Cioè, non ancora! Un’altra settimana di acqua gelata e dopo ben 45 giorni di doccia a innaffiatoio siamo riusciti a riavere il boiler funzionante. Mio figlio era perfino dispiaciuto di non poter fare più il bagnetto di fortuna!
È stato un po’ come andare in campeggio per un mese e mezzo di fila…e chi ha detto che a me non piace l’avventura?

E voi? Raccontate le vostre disavventure!

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Expat si, ma per quanto tempo?

image

La prima volta che sono espatriata, da bambina, non mi ricordo di aver mai chiesto “quanto tempo dobbiamo stare qui?”. Forse se lo chiedevano i miei genitori, ma sapevano che il contratto di lavoro avrebbe avuto una durata e a certo un punto mio padre si sarebbe pensionato.

Ogni volta che metto piede in Italia, escludendo la mia famiglia che sa che non è una domanda a cui so rispondere, mi viene chiesto “e quanto dovete stare ancora lì?”. Come se queste persone, che il resto dell’anno non ti si sono filate, in quel momento devono assolutamente sapere quanto devi scontare di pena in Francia, poveri noi, in quel posto dove gli idraulici non sono molto efficienti (nelle prossime puntate scoprirete perché), dove le maestre hanno il mitra e dove (secondo loro) si trova solo la Barilla. Forse dei miei racconti rimangono in mente solo le disavventure?

Tanto l’expat, per quello che non è  mai uscito dal suo paesello, è  a) uno sfigato condannato a morte in un posto tremendo oppure b) un privilegiato con la servitù in casa.
Io non mi vedo in nessuna delle due categorie e faccio molta difficoltà a spiegare il perché mi piace vivere all’estero. Che poi mi direte “c’è estero e estero”, e sono d’accordo. Ma il fatto di espatriare, che sia al confine con il Bel Paese o agli antipodi, ha sempre tanto in comune.
Quando dichiaro apertamente che vorrei approfittare della possibilità che ci sta dando l’azienda per la quale lavora mio marito per girare l’Europa e imparare il più possibile delle diverse culture, non sempre sono capita. E mi tocca per forza cambiare discorso.

Credo che la Francia non sarà casa mia per sempre, anche se ormai mi sono affezionata molto, ma di certo non mi rivedo catapultata in Italia.
Per ora voglio godermi ogni momento di quest’esperienza e voglio che il biondino ne faccia tesoro.
Non so neanche dire dove mi vedo da grande. So solo che a tornare indietro si fa sempre in tempo, ma per ora non ne sento l’esigenza.

E voi siete partiti con l’idea di espatriare per sempre o scalpitate per tornare in Italia? Aspetto i vostri commenti!

Contrassegnato da tag , , , , ,

Storia di una camicia di seta

image

Andare per saldi con le proprie sorelle è sempre un bene, ti riescono a far comprare dei capi multipurpose che non avresti mai comprato, perché ti convincono di avere delle occasioni mondane fantasma dietro l’angolo e non puoi rinunciare all’acquisto.

L’anno scorso mi trovavo a Milano proprio il giorno dell’inizio dei saldi. Sorella numero 1 mi propone mattinata di shopping. Così, armate di scarpe comode, vestiti facili da togliere, carta di credito ready to use siamo partite di buon’ora per accaparrarci i pezzi migliori del primo giorno di sconti.

La ricerca è mirata a capi passe-partout per sorella 1, che possano essere sfruttati per un’inaugurazione, una conferenza stampa,  una serata a teatro. O per me, per una mattinata al mercato, un pomeriggio al parco o una serata…su un volo easyJet. L’emozionante vita mondana dell’expat disoccupata.
Sorella numero 1 mi convince che bisogna avere dei vestiti pronti per eventuali colloqui di lavoro (ma quelli li ho sempre pronti!) e outfit per nonsisamai, una cena, un aperitivo, un invito last minute.

Entriamo in un negozio e intravediamo una camicia, forse più una casacca, una blusa, insomma, non saprei come chiamarla. In seta, azzurro carta da zucchero, con due spacchi laterali e una cintura nera in vita. Elegante, fine, semplice. Eppure bella, bellissima. Decido di comprarla, mentre sorella 2 dà la sua approvazione alla foto inviata via whatsapp.

Già me la vedo addosso, abbinata a un pantalone nero semplice, il bauletto nero appena comprato (con la scusa di eventuali colloqui, un evergreen) e una scarpetta nera o una ballerina, a seconda dell’occasione. Qui in Francia la scarpa conta poco, perché viene abbandonata all’ingresso di casa. Anche quando si è invitati si sta scalzi. Conviene investire di più in calzini non bucati e shellac, anziché in Louboutin da usare solo in ascensore.

Torno a Parigi con la camicia. Cioè in valigia, mica per volare easyJet. La lavo, la stiro e la ripongo nell’armadio. In attesa di un’occasione in cui sfoggiarla. Tipo una degustazione di mango al mercato, una partita a biglie al parco, un vernissage del pianerottolo. Giace lì nell’armadio a guardarmi, implorandomi di essere usata, per un anno.

Poi, qualche giorno fa, mio marito mi comunica che siamo invitati  ad un aperitivo-cena-festa a casa di un suo collega. Uno di quelli che fa le feste in grande e puoi tenere le scarpe. Presenti anche le mogli degli altri colleghi, quelle che tra brillocchi, borse, orologi e Jimmy Choo anche in spiaggia, devono dormire (vestite) nel caveau della banca.
Quale migliore occasione per sfoggiare la camicia!

Preparo l’outfit: me lo provo, lo stiro, lo fotografo e chiedo consiglio a sorella 1 e 2. Approvato. Evvai. È fatta.
Mi vesto con calma, unghie rosse, capelli fin troppo lisci nonostante l’umidità, trucco perfetto. Hanno retto perfino le collant, miracolo, visto che avevo esaurito il parco calze appena comprato in Italia.
Mentre vado a recuperare il maglioncino sul letto, torno in camera del biondino a vedere se si è già vestito. È in bagno, in attesa di qualcuno che lo pettini con il gel, che gli faccia il “pico“, come dice lui. Torno in camera, intravedo il profumo e decido di spruzzarmelo. Non me lo spruzzo mai prima di essermi completamente vestita. La bottiglietta del profumo decide di esplodere sulla mia camicia, macchiandola. Oddio. E adesso? Posso andare conciata così? Eravamo addirittura in orario!

Decido di provare a smacchiarla, poi phonarla. Niente, la macchia è lì. Anzi, l’alone si è perfino ingrandito. Desisto. Prendo la prima cosa che trovo nell’armadio, una blusa carina che però, scoprirò dopo, essersi stinta al primo lavaggio. Il broncio. Volevo mettermi quella camicia, avevo deciso che quella sera avrebbe fatto il suo debutto in società. Invece mi trovo con una blusa mezza stinta con dei fili penduli e che non mi piace.

L’indomani, sorella 2 trova dei rimedi per le macchie di profumo, ma nulla. Anzi, con il sapone di Marsiglia è andato via il colore. Chiamo mia mamma, le racconto il fatto, lei cerca di consolarmi dicendo che “sicuramente ti sei messa un’altra cosa carina”. Mi sentivo un cesso. Mi dice di provare in tintoria, ma le ricordo che porto le cose quasi pulite e mi tornano indietro con dei peli di gatto altrui, non mi fido. Al mio prossimo viaggio in Italia mi dovrà attaccare un centinaio di paillettes, o forse una fascia nera, che magari possiamo salvarla, che mi dispiace, mi piaceva così tanto quella camicia.

*****

Mentre finisco di scrivere il post sono in attesa che La Camicia si asciughi. Oggi pomeriggio ho tentato un salvataggio in extremis che vi racconterò solo se sarà andato a buon fine. O forse vi racconterò lo stesso. Siete curiosi?

Contrassegnato da tag , , , , ,
Annunci