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Quando l’expat è in cerca di bussola

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Lo so, mi stufo presto. Quando sto per arrivare al 30 per fare 31, già penso all’1 di qualcos’altro.
Anche se non mi piace fermarmi alla prima impressione delle persone, dei luoghi e delle esperienze, bene o male riesco a farmi un’idea e continuo la mia ricerca più o meno entusiasta.

Quando sono arrivata a Parigi, 2 anni fa, ero carica di speranze e piena di aspettative. Alcune sono state deluse, come la difficile ricerca di lavoro nel mio settore. Credo che se avessi trovato lavoro non avrei scalpitato tanto. Non per andarmene da qui, ma per cambiare. Rivedere da capo la mia routine, il mio approccio con la gente, la mia voglia di riprendere a lavorare, e cercare di vedere il mondo da una diversa prospettiva.

Finito il primo anno francese e scontenta del fatto che per me, lavorativamente parlando, “non c’è trippa per gatti” , avevo ripreso a inseguire il sogno londinese. Quello che avevo iniziato nel 2010, perso di vista nel 2013 per un last minute change, e quasi acchiappato nel 2015. Oh, niente da fare. Londra non mi vuole. Eppure per me ha un richiamo come se ci avessi vissuto in una vita precedente. La sento onesta, accogliente, mia. La bastarda di Parigi mi ha conquistato con calma, ma più per la sua bellezza che per il suo carattere.
Londra si fa desiderare, e lo farà per molto ancora. Dovrò mettere sotto chiave il sogno, manderò un messaggio alla Regina per dirle che sono in ritardo e che forse non farò in tempo: d’altronde non ho mai imparato a guidare dal lato sbagliato e mi fa anche un po’ paura.

Così, il giorno dopo gli attentati di Parigi di Novembre, in uno stato di shock generale, si iniziava a prospettare un altro spostamento. “Tanto, alle brutte brutte, l’anno prossimo a Londra ci finiamo”.
E invece no. Londra mi snobba. Ma non ne faccio un dramma.

C’è un’altra città all’orizzonte che aspetta la mia valigia. Welcome, change. Ho tanta voglia di esplorare, conoscere la gente del posto, imparare una lingua nuova. Voglio sapere esattamente adesso, perché sono un’impaziente, come mi conquisterà la città. O come la conquisterò io. Non sto nella pelle di sapere come saranno le mie giornate, di che colore sarà il cielo, se scricchiolerà il parquet del mio salotto.
Vorrei sapere come si chiameranno le mie nuove amiche e a che ora ci si vedrà per il caffè.
Voglio sapere che gusto ha la pioggia e come soffia il vento, da quelle parti. Voglio novità.
Voglio che sia uguale a qui, ma diverso. Porterò un po’ di “me” con me stessa, ma non troppo.

Mi inizia a mancare già questo posto, che in realtà è pieno di stimoli, ma forse “sbagliato e incompatibile” con quello che avrei voluto fare. Con la testa sto già vivendo altrove, sono catapultata a ore di distanza da qui. E poi sogno. Ho tante speranze di trovare un luogo migliore per vivere e che abbia quello che mi mancava in Francia e in Italia.
Il mio cervello macina idee in continuazione, scalpita a più non posso.

Sono asettica su tante cose ma non posso esserlo per le città che mi hanno ospitato: in tutte quante ci ho lasciato il cuore.
E se dovessi riassumere in poche parole le esperienze da giramondo mie e di mio marito direi che lo facciamo con trasporto.

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I nostri amici espatriano!

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Quanti nella vita hanno detto “mollo tutto e scappo all’estero?”. Quanti l’hanno veramente fatto?

Oggi vi racconto di Claudia e della sua famiglia che, mentre scrivo questo post, sta lasciando Roma per trasferirsi a Vancouver.
Ho conosciuto Claudia quando mi sono fidanzata con il mio morettino: lei è la compagna di Alessando, un caro amico di mio marito.

Alessandro aveva trascorso lunghe vacanze in Canada sin da ragazzo, con la scusa di andare a trovare i suoi parenti canadesi che lo accoglievano sempre a braccia aperte. Claudia e Alessandro hanno sempre parlato di voler lasciare l’Italia, nonostante a Roma avessero entrambi un lavoro, la famiglia, la casa. Eppure mancava qualcosa.

Mi hanno affascinato i racconti dei loro viaggi in Canada e la determinazione di tutta la famiglia di voler portare a termine il loro progetto di trasferirsi. Poi, un giorno, la decisione: mollo tutto. Che futuro dare in Italia ai bambini?
Cosi’ la famiglia expat to be ha iniziato tutte la pratiche per poter ottenere il visto di ingresso e il permesso di lavoro per il Canada. Il procedimento è stato lungo e la strada tortuosa, tant’è vero che ci sono voluti quasi due anni per avere l’ok per espatriare. Ogni step era un avvicinarsi alla meta.

Oggi, armi e bagagli al seguito, tante speranze e coraggio nel bagaglio a mano, coronano il loro sogno e, quando leggeranno queste parole, saranno già fully immersed nella loro nuova vita canadese.
Sono felicissima della loro scelta e sono certa sia quella giusta.I loro splendidi bambini, che non ci metteranno molto ad adattarsi al nuovo ambiente, un giorno li ringrazieranno.

Non vedo l’ora che ci raccontino la loro esperienza e le loro sensazioni. Benvenuti nella nuova vita e buon inizio!

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Nobody said it was easy: riflessioni di un espatrio

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Mi tocca citare ogni volta la canzone dei Coldplay quando mi chiedono come è iniziata la mia avventura da expat 2.0 in terra francese.
In realtà mio marito ed io, lui già  expat 1.0 come me, cercavamo un lavoro che ci portasse a Londra. Le alternative in Europa per il suo settore lavorativo erano pochissime, le altre ci potevano portare molto lontano in posti che non ci attiravano particolamente per crescere un bambino. Nell’estate 2013 sognavo e speravo che l’azienda inglese per cui mio marito stava facendo i colloqui gli avrebbe offerto una posizione a Londra. Avevo preparato tutto nella mia testa, un po’ come nel 1999 che, a scatoloni pronti per traslocare a Roma, alla fine finimmo a vivere ad Atene. E a noi, last minute change, hanno offerto Parigi. Tanto gli imprevisti di cambio città, nella mia vita, non sono più imprevisti.

Parigi? Oddio. Era una città  che fino al settembre 2013 non conoscevamo. Io e mio marito siamo venuti in esplorazione per la prima volta e immaginarci a vivere qui è stata tosta. Challenging ma tosta. Sarà che mi vedevo già nella campagna londinese a guidare dal lato sbagliato, sarà che il mio inglese era migliore del mio francese, sarà che gli inglesi sono più friendly dei francesi…
Sono arrivata con biondino nell’estate 2014. Il posto mi è piaciuto subito, perché ormai avevo deciso che sarebbe diventata casa. Era la nostra prima avventura di famiglia a 3 all’estero ed è  stato un passo importante. Ero stanca della vita in Italia, della mentalità, dei ritmi, e avevo bisogno di un cambiamento.
Qui ho trovato la liberté,  il “vado in giro come mi pare”, il “mangio a qualsiasi ora”, il “mi butto a prendere al sole in un parco senza che nessuno mi infastidisca”, l’impiegato del comune che ti aiuta a risolvere i problemi con il sorriso, quello della posta più simpatico di quello milanese. E la baguette, non manca mai.

Dopo l’entusiasmo iniziale, sarà che in estate col sole è tutto più bello, è arrivato l’autunno, e poi l’inverno. Nobody said it was easy.
Mi sono iniziata ad annoiare e infastidire quando al centesimo curriculum inviato non mi ha risposto nessuno. Quando, portando i cv a mano nelle aziende,  mi rispondevano che non prendevano cv a mano, ma che fuori dalla porta c’era la cassetta delle lettere (e che cambia?).

Nel momento di “crisi”, gli amici e conoscenti italiani si sono divisi in due categorie: i “vedrai che ce la fai a trovare lavoro e anche le amicizie” e i “ma che ci andate a fare all’estero, te l’avevo detto, stavi qui che ti compravi er maghinone”. Certo, per gli ultimi funziona il sistema che per condividere le tue gioie, olé,  ma nei momenti down tel’avevodetto.

Il lavoro qui non l’ho ancora trovato, e non mi va neanche più di cercarlo spasmodicamente come ho fatto per mesi. In compenso ho trovato delle belle persone con cui ho stretto amicizia e se penso che dovrò salutarle quando lascerò la Francia, già mi scende la lacrimuccia.

Nessuno ha detto che espatriare sia semplice: è un casino. Ma se penso che qui abbiamo un lavoro sicuro, se penso che nostro figlio può vivere in un ambiente diverso, bilingue, noi possiamo scoprire posti nuovi, abitudini nuove, persone nuove….questo per me non ha prezzo. E se poi mi manca la famiglia in Italia, posso sempre saltare su un volo easyJet (che detto tra noi, se non ci fosse bisognerebbe inventarla!).

Tanti ci hanno dato dei coraggiosi, degli incoscienti, dei cretini. Io consiglio a tutti quelli che ne abbiano la possibilità di provare a espatriare. Non credo sia più difficile di vivere la situazione attuale italiana, che è  una giungla.

Ci sono dei momenti up e dei momenti down, dei momenti ma perché non ti hanno mandato a Londra?
Siamo partiti per amore e lo facciamocon amore, consapevoli di quello che lasciavamo e alla ricerca di quello che ci mancava.
L’avventura continua.

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Paese che vai…toilette che trovi

Mi ha sempre sconvolto l’usanza francese di avere il bagno “separato”, ovvero lavandino e vasca in un locale e il wc relegato altrove. Magari dall’altra parte della casa. Magari al piano terra, senza lavandino e con l’unica possibilità  di lavarsi le mani, ehm, in cucina.
Dunque, la scelta della casa, già  difficile di suo, è  stata complicata dal paletto “bagno con wc vicino e lavandino”. Un’impresa veramente ardua! Abbiamo avuto la fortuna di trovare un appartamento con addirittura lo spazio per lavatrice e asciugatrice nella sala da bagno. Sulla distanza tra i due locali, no problem,  la casa è  talmente  piccola che, per darvi un’idea, attaccando l’aspirapolvere ad una presa riesco a pulire tutta la casa.
Quando ero piccola expat 1.0 avevo acquistato su un catalogo di vendite per corrispondenza un doccino da attaccare al lavandino per ovviare all’assenza di bidet. Credo che per qualsiasi expat italiana la mancanza del bidet sia motivo di disperazione, ma fortunatamente internet fornisce vari spunti e vari prodotti da installare facilmente. Sono al mio secondo acquisto, pagato circa 15 euro, di un doccino fighissimo che si può  montare al lavandino.

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Un bel giorno decido di organizzare un incontro con mamme e bambini dell’asilo. Una mamma va in bagno e sgrana gli occhi al vedere il dispositivo, poi molto timidamente  mi dice : “ma serve per lavarsi i capelli?”. Io tra me e me ho pensato fosse un modo educato francese per dire “serve per lavarsi l’ambaradan”, ma poi  ho capito che veramente intendeva i capelli della testa e le ho spiegato che in Italia il bidet è importante e speriamo utilizzato varie volte al giorno. Mi ha guardato ancora  peggio, adducendo scuse e argomenti di sostegno del tipo (suoni francesi irroproducibili) e un “sai, la flora….”. Mi è  toccato rispondere un bel “sai, la fauna…”.

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I detersivi alla francese

Se c’è qualcosa che mi ricorda i miei traslochi in giro per il mondo da bambina, è  l’odore del bucato. In ogni luogo la mia stessa maglietta assumeva un profumo diverso. Ogni tanto andava in trasferta dalla nonna, che usava i migliori metodi per smacchiarla, e da mia sorella, che aveva sempre l’ammorbidente più profumato di tutti. Quel profumo me lo sarei riportato in valigia e per tanti lunghi mesi non avrei mai sentito qualcosa di così buono e confortante.

Sì, diciamocelo, il detersivo e l’ammobirdente in Italia hanno un profumo speciale, oltre a lavare apparentemente meglio dei cugini stranieri. Eppure ogni volta che mi sono recata all’estero mi sono sempre fiondata a sentire l’odore dei prodotti per il bucato…così diverso da quello italiano e così  simile a quello del mio passato di bambina expat.

Così, un bel giorno ho dovuto affrontare la scelta di cosa schierare al mio fianco per combattere macchie e pulire casa.

Partiamo dai detersivi per il bucato: a un’amante di lavatrici e asciugatrici come me questo non me lo dovevi fare. Io, che faccio fare il bucato a mio marito anche in vacanza e che prenoto gli hotel in base alla vicinanza dall’attrazione principale: la lavanderia a gettoni!

Intanto scopro che la polvere in Francia va poco di moda. E quella che c’è,  esattamente la stessa che avevo caricato in macchina durante il trasloco dall’Italia, costa il doppio. Sarà  che quella esposta sullo scaffale è di un’annata speciale? Di un vigneto doc?

Vanno anche  di moda delle capsule che meglio fare la lavatrice con lo champagne, e poi c’è il liquido. Bah, profumazioni né carne né pesce, le macchie rimangono…e come faccio se devo metterlo nella vaschetta e posticipo la partenza per “motivi personali” (si, le maledette fasce più  economiche per il kwh)?

Invece gli ammorbidenti hanno tutto un altro profumo, quasi sempre venduti in bottiglie magnum, anche nel prezzo.

Il prezzo è la cosa che mi ha sconvolto di più, in quanto influisce assai sul mio budget familiare. Ho una media di 2/3 lavatrici al giorno, come da brava casalinga italiana! Le francesi, nonostante abbiano sempre tanti figli, non dichiarano neppure una lavatrice al giorno. Evidentemente c’è  poco giro di affari. Umh, lo so che avete un’altra spiegazione.

Continuando il mio giro nel reparto  detersivi (stesso reparto dove mi mandarono quando chiesi dove fossero i guanti per scegliere la frutta, che qui non esistono, ndr), si trovano i detersivi per pulire casa. Se ai vini vengono dedicati quattro corsie fronte retro, a questi poveri prodotti viene dato uno spazietto di mezza corsia. Svariati spray per pulire il bagno gusto polo alla menta, di  marche diverse ma sostanzialmente sempre lo stesso prodotto.

Mezza corsia è dedicata alla salviette umidificate. Imbevute in qualsiasi  liquido,  grandi piccole medie, per pavimenti, mobili, bagni, cucine… ho trovato le salviette disinfettanti più  potenti al mondo, in grado di debellare lo sporco e il calcare più ostinato! Ora non c’è  volta che non vada in Italia senza portare in dono un pacco di salviette. In cambio, al mio ritorno, porterò su spugnette in microfibra e stracci di varia tipologia che esistono (e usano!!!) solo in Italia.

Vi prego, speditemi un fustino!

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Incontri ravvicinati con la poubelle parigina

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Non ho mai imparato la parola “spazzatura”. Mi porto dietro, dai tempi della mia vita ispanofona, il termine basura. Negli anni, basura è stato milanesizzato in  basüra e sta a indicare il rituale del conferimento dei rifiuti. Ora, nell’avventura francofona parigina,è stato ribattezzato semplicemente  poubelle.

Se in Italia smadonnavo per la raccolta differenziata minuziosa e maniacale e/o per i giorni di conferimento (che, detto tra noi, si sposano poco con delle persone che viaggiano in continuazione come noi), qui in Francia posso mangiare tranquillamente un paio di angurie al giorno senza la paura che si autodigerisca anche il sacchetto dell’umido perché  devo conferire la basüra lunedì sera. E siamo solo a venerdì  mattina.

In Italia la scelta della casa girava attorno all’esistenza di a) un appartamento con locale basüra condominiale e/o b) un balcone dove archiviare la complicata raccolta differenziata.

Qui in Francia quasi tutti i palazzi hanno il local poubelle e la raccolta differenziata è molto semplificata. Esiste il sacco nero di umido e secco tutti insieme  appassionatamente, il bidone del vetro, e il bidone giallo del carta-plastica-metallo.

Poi, un po’in disparte da tutto, troviamo l’angolo delle occasioni. Di solito mi capita di trovare lampade, aspirapolveri, sedie, giochi per bambini e annunci di vicini che “se ti è piaciuto questo ripiano, vieni a prenderti il resto della libreria al secondo piano”. Solitamente gli oggetti durano poche ore, vengono rapiti dai vicini che cercano di rianimarli e dare loro una seconda possibilità. Nel peggiore dei casi vengono abbandonati sul marciapiede, in attesa di rottamazione definitiva.

Tante volte sono stata tentata di portarmi su un oggetto, ma mi sono sempre vergognata. Penso sempre a quella volta in cui nel locale basüra dei miei genitori la parruccona  (una vicina con capello alquanto vaporoso) aveva  buttato delle scatole di latta Alitalia, e mia madre quatta quatta le aveva prese, sapendo di farmi un enorme regalo.

Arriviamo quindi a qualche mese fa, il giorno del mio compleanno. Scendo a buttare la poubelle, svuoto i miei sacchi del riciclo e noto qualcosa, proprio in quell’angolo dove timidamente vengono abbandonate le cose strane. Intravedo uno scatolone da cui sbuca una sorta di pennacchio di coccio bianco. Tolgo la carta che lo avvolge, sbircio incuriosita, poi sfilo il coso dallo scatolone. Una statua total white di un Budda.

Eh no, il Budda non si può abbandonare! Men che meno il giorno del mio compleanno. Ora la statua è sul mio mobile e ogni volta che la guardo sorrido per la sua storia di ritrovamento e il suo salvataggio dalla discarica assicurata. Merci, les voisins!

 

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