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Sei un siedista o un impiedista?

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Mi piacciono le differenze culturali e di abitudini..finché non sono troppo diverse dalle mie.
Oggi ho accompagnato la scuola di mio figlio ad una gara in un campo sportivo. Erano circa 300 bambini tra i 3 e i 10 anni.

Sono stata incaricata da una delle maestre di aiutare i bambini ad andare in bagno. Io. Quella che il lysoform a colazione. Quella che ha sverniciato la cromatura di rubinetti di un centinaio di hotel con potentissimi spray disinfettanti. Quella che in case of emergency la fa nel bicchierino. Si, io. Per di più in un bagno francese.

Arrivo con il primo gruppo di bambine, fortunatamente dell’ultimo anno delle elementari. Ci mettiamo in fila, sondo con le altre maestre le abitudini “sederecce” locali. Mi guardano con la faccia da punto interrogativo. Mi dimostro straniera e articolo male delle frasi in francese per depistare il nemico. Non faccio in tempo a raccomandare alle ragazzine un ultimo “non ti appoggiare”, che trac. Eccole lì, belle appollaiate sul wc del bagno pubblico. Quasi quasi mancava la settimana enigmistica, wc edition.
Faccio un breve sondaggio, ma tra i locali la cosa non viene capita: perché  mai una persona dovrebbe non sedersi sul wc? Mica si tratta di cesso alla turca!

Torno a casa con quest’idea in mente e catalogo l’usanza del siedista come una cosa tutta francese. Non solo il bidet, ma anche la seduta di gabinetto libera. Come quando fanno l’annuncio in aeroplano che “questo volo sarà free seating“. E tutti a sedersi liberamente in bagno.
Poi, ancora in piena fase sconvoltaren, chiedo a un gruppo di mamme espatriate di spiegare le usanze nel loro Paese ospitante. Le abitudini straniere non le ho capite, ma ho scoperto che un bel campione di mamme italiane sono dichiaratamente siediste e fanno altrettanto con i propri figli. Non me lo aspettavo proprio.

Non voglio dire che sia giusto o sbagliato, ognuno è libero di sedersi e appoggiarsi. Sono io che provo schifo al solo pensiero dei bagni pubblici, anche se all’occhio possono sembrare puliti.
La mia curiosità di sapere questa usanza nel Mondo continua, ma siedisti non mi avrete mai.
Sono felicemente impiedista. Ho visto cose che voi umani…

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Quando l’expat è in cerca di bussola

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Lo so, mi stufo presto. Quando sto per arrivare al 30 per fare 31, già penso all’1 di qualcos’altro.
Anche se non mi piace fermarmi alla prima impressione delle persone, dei luoghi e delle esperienze, bene o male riesco a farmi un’idea e continuo la mia ricerca più o meno entusiasta.

Quando sono arrivata a Parigi, 2 anni fa, ero carica di speranze e piena di aspettative. Alcune sono state deluse, come la difficile ricerca di lavoro nel mio settore. Credo che se avessi trovato lavoro non avrei scalpitato tanto. Non per andarmene da qui, ma per cambiare. Rivedere da capo la mia routine, il mio approccio con la gente, la mia voglia di riprendere a lavorare, e cercare di vedere il mondo da una diversa prospettiva.

Finito il primo anno francese e scontenta del fatto che per me, lavorativamente parlando, “non c’è trippa per gatti” , avevo ripreso a inseguire il sogno londinese. Quello che avevo iniziato nel 2010, perso di vista nel 2013 per un last minute change, e quasi acchiappato nel 2015. Oh, niente da fare. Londra non mi vuole. Eppure per me ha un richiamo come se ci avessi vissuto in una vita precedente. La sento onesta, accogliente, mia. La bastarda di Parigi mi ha conquistato con calma, ma più per la sua bellezza che per il suo carattere.
Londra si fa desiderare, e lo farà per molto ancora. Dovrò mettere sotto chiave il sogno, manderò un messaggio alla Regina per dirle che sono in ritardo e che forse non farò in tempo: d’altronde non ho mai imparato a guidare dal lato sbagliato e mi fa anche un po’ paura.

Così, il giorno dopo gli attentati di Parigi di Novembre, in uno stato di shock generale, si iniziava a prospettare un altro spostamento. “Tanto, alle brutte brutte, l’anno prossimo a Londra ci finiamo”.
E invece no. Londra mi snobba. Ma non ne faccio un dramma.

C’è un’altra città all’orizzonte che aspetta la mia valigia. Welcome, change. Ho tanta voglia di esplorare, conoscere la gente del posto, imparare una lingua nuova. Voglio sapere esattamente adesso, perché sono un’impaziente, come mi conquisterà la città. O come la conquisterò io. Non sto nella pelle di sapere come saranno le mie giornate, di che colore sarà il cielo, se scricchiolerà il parquet del mio salotto.
Vorrei sapere come si chiameranno le mie nuove amiche e a che ora ci si vedrà per il caffè.
Voglio sapere che gusto ha la pioggia e come soffia il vento, da quelle parti. Voglio novità.
Voglio che sia uguale a qui, ma diverso. Porterò un po’ di “me” con me stessa, ma non troppo.

Mi inizia a mancare già questo posto, che in realtà è pieno di stimoli, ma forse “sbagliato e incompatibile” con quello che avrei voluto fare. Con la testa sto già vivendo altrove, sono catapultata a ore di distanza da qui. E poi sogno. Ho tante speranze di trovare un luogo migliore per vivere e che abbia quello che mi mancava in Francia e in Italia.
Il mio cervello macina idee in continuazione, scalpita a più non posso.

Sono asettica su tante cose ma non posso esserlo per le città che mi hanno ospitato: in tutte quante ci ho lasciato il cuore.
E se dovessi riassumere in poche parole le esperienze da giramondo mie e di mio marito direi che lo facciamo con trasporto.

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(Non) ho scoperto l’acqua calda

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Guardo fuori dal balcone e vedo lì, che giace abbandonato, un coso. E così mi viene in mente il perché di quell’acquisto, un innaffiatoio da 11 litri. Io che pollice verde meno di zero e che sul minibalcone ho solo un gambo di sedano, cosa ci avrò mai fatto con un oggetto del genere? I gavettoni? Si, li dovevo fare a tutta la combriccola di inutili burocrati e sedicenti tecnici che hanno fatto diventare qualcosa che si poteva risolvere in breve periodo nella storia infinita. Può succedere in qualsiasi parte del pianeta e non voglio dire nulla sugli idraulici francesi, ma…

I fatti:
Pasqua 2015, mentre sto per imbarcarmi su un volo easyJet da Linate a Orly, mi arriva un messaggio di mio marito: “spero vi siate già docciati perché stamattina ho avuto la sensazione che il boiler non stesse funzionando”. Umh, ok, ha scritto sensazione, magari si è svegliato all’alba per andare al lavoro e l’acqua gli è parsa fredda. Magari ha solo dormito scoperto o è solo saltata la luce stanotte e il boiler, le ballon d’eau, non ha scaldato l’acqua.

Una volta a Parigi, mio marito dice di aver smanovrato un po’ i fili, dato qualche botta, ma niente, l’acqua è ghiacciata e siccome oggi è Pasqua, domani Pasquetta, l’agenzia potremmo chiamarla solo martedì  e nel frattempo ci laveremo all’antica alla Luigi XIV.

Martedì mattina chiamo l’agenzia, spiego il problema e richiedo un intervento tempestivo. La procedura per richiederlo è lunga, incasinata, burocratica.
L’idraulico richiama, con comodo, mercoledì. Questo grosso gruppo di agenzie e gestione immobiliare che ha in carico il nostro appartamento si affida a una ditta di idraulici del centro di Parigi. Una schiera di professionisti sceltissimi pronti a intervenire con potentissimi mezzi tra cui la torcia dello smartphone e miprestauncacciavite. Mi aspettavo un “a signo’, entro stasera joo mando a da’n’occhiata”, ma ero geograficamente molto fuori pista.
La segretaria della ditta dice che la scelta della fascia oraria per l’appuntamento, le créneau, non può farlo lei e dopo la telefonata arriverà una mail con un link al sistemone che ti fa scegliere tra qualche proposta di disponibilità. Sostanzialmente, con questo macchinoso sistema, scopri da solo che l’esperto sceltissimo può venire solo venerdì. Ok, organizziamoci per accoglierlo il venerdì tra le 14 e le 16.

Venerdì pomeriggio arriva l’idraulico. Equipaggiato con smartphone, tablet e un alito pestilenziale che poteva fungere da fiamma ossidrica all’uopo. Mi chiedo se per caso abbia un blog di scaldabagni e sifoni, evidentemente la borsa con gli attrezzi ce l’avrà in macchina. Uno cosa si aspetta? La classica “scendo a prendere i pezzi e torno”. Invece no. L’esperto tecnico sceltissimo prende lo smartphone, illumina lo scaldabagno (scusi, le tengo il flash, vuole un cavalletto, chiamo Oliviero Toscani, ci mettiamo in posa?) e con il tablet fa delle foto al boiler. Cioè, di scaldabagni nel Mondo ce ne sono tanti, ma che cavolo ti fotografi che non c’è  neppure un numero di serie o modello?
Armeggia con il pannello, “Madame, apra il rubinetto, ça ne marche pas“. E questo lo sapevamo già, ma poi? Il tecnico è a casa mia solo per constatare che lo scaldabagno non funziona! D’accordo, quindi? L’idraulico deve fare un preventivo che l’agenzia deve inoltrare al padrone di casa il quale deve dare l’ok a procedere, richiamando l’agenzia, che deve avvertire la ditta degli idraulici e la simpatica segretaria deve attivare er sistemone. Semplice, no? Lo scaldabagno poteva essere sostituito ma, no, tocca sperare nelle riparazioni. Possono essere tre cose: la scheda elettronica, il termostato o la resistenza.

Verso fine della seconda settimana torna il tecnico con il pezzo che lui crede sia quello giusto, ovvero la scheda elettronica. La monta, dice di non aprire l’acqua calda per un po’ di ore ma per lui c’est bon c’est bon, il pannello con i led è funzionante e vissero tutti felici e contenti. Senza aspettare di avere un feedback da parte mia per sapere se effettivamente il coso scalda, alitopesante decide di chiudere e far archiviare la pratica.

L’indomani scopro che il boiler non funziona ancora. Chiamo il tecnico sul cellulare, dice di chiamare in sede ma avendo lui chiuso la pratica devo richiamare l’agenzia e tornare al punto numero 1. Ok, può succedere che una scheda sia difettosa…
Nel frattempo inizio a scalpitare, pur avendo messo a punto un metodo infallibile per la doccia alternativa. Intanto minacciamo l’agenzia di non pagare affitto, proponiamo di cambiare il boiler a nostre spese (un migliaio di euro con installazione), ma non ne vogliono sapere. Nessuno ci rimborserà.

Richiamo agenzia, sede, mail, er sistemone, tecnico. Torna per constatare che non funziona. Siamo alla settimana 3. La settimana 4 tornano con un’altra scheda, non va.
Decidiamo di andare a comprarci gli altri pezzi di nascosto, li installiamo, non va. Rimane solo da cambiare la resistenza. Io, nel frattempo, non resisto e vado a farmi la doccia in Italia con il bambino.

Gli idraulici ordinano dei pezzi, sempre con appuntamento settimanale, ormai pare una fiction, ma con dei festivi di mezzo i pezzi non arrivano. Addirittura fanno una riunione tra idraulici per capire dalle foto il problema del nostro ballon d’eau.
Iniziano a darci buca agli appuntamenti, loro, i precisini esperti idraulici sceltissimi sotuttoio.
Vado su tutte le furie, ormai è un mese che mi doccio con un innaffiatoio di Leroy Merlin da 11 litri riempito di acqua calda del bollitore per il tè. All’agenzia non interessa il nostro disagio, non ci sconterà un euro di affitto né ci pagherà un hotel.
Quando mio marito si presenta in agenzia, imbufalito, non vogliono neanche riceverlo. Tramite la reception gli fanno sapere che gli arriverà una mail. Dicono di aver chiamato un altro idraulico di un’altra ditta, che eccezionalmente potrebbe venire sabato. Finalmente qualcuno flessibile e disponibile, ma comunque poco competente in materia boiler.

Mi di presenta un altro genio dello scaldabagno. Dopo aver bofonchiato delle cose in francese antico e aver fatto la foto (ma avranno una fotocamera a raggi X?) e aver smentito mio marito sulla teoria del “o è la resistenza, o la resistenza”, guarda bene la foto e emette il verdetto: è la resistenza da cambiare, si capisce da quegli aloni che si vedono! Oddio, ha scoperto l’acqua calda! Cioè, non ancora! Un’altra settimana di acqua gelata e dopo ben 45 giorni di doccia a innaffiatoio siamo riusciti a riavere il boiler funzionante. Mio figlio era perfino dispiaciuto di non poter fare più il bagnetto di fortuna!
È stato un po’ come andare in campeggio per un mese e mezzo di fila…e chi ha detto che a me non piace l’avventura?

E voi? Raccontate le vostre disavventure!

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Expat si, ma per quanto tempo?

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La prima volta che sono espatriata, da bambina, non mi ricordo di aver mai chiesto “quanto tempo dobbiamo stare qui?”. Forse se lo chiedevano i miei genitori, ma sapevano che il contratto di lavoro avrebbe avuto una durata e a certo un punto mio padre si sarebbe pensionato.

Ogni volta che metto piede in Italia, escludendo la mia famiglia che sa che non è una domanda a cui so rispondere, mi viene chiesto “e quanto dovete stare ancora lì?”. Come se queste persone, che il resto dell’anno non ti si sono filate, in quel momento devono assolutamente sapere quanto devi scontare di pena in Francia, poveri noi, in quel posto dove gli idraulici non sono molto efficienti (nelle prossime puntate scoprirete perché), dove le maestre hanno il mitra e dove (secondo loro) si trova solo la Barilla. Forse dei miei racconti rimangono in mente solo le disavventure?

Tanto l’expat, per quello che non è  mai uscito dal suo paesello, è  a) uno sfigato condannato a morte in un posto tremendo oppure b) un privilegiato con la servitù in casa.
Io non mi vedo in nessuna delle due categorie e faccio molta difficoltà a spiegare il perché mi piace vivere all’estero. Che poi mi direte “c’è estero e estero”, e sono d’accordo. Ma il fatto di espatriare, che sia al confine con il Bel Paese o agli antipodi, ha sempre tanto in comune.
Quando dichiaro apertamente che vorrei approfittare della possibilità che ci sta dando l’azienda per la quale lavora mio marito per girare l’Europa e imparare il più possibile delle diverse culture, non sempre sono capita. E mi tocca per forza cambiare discorso.

Credo che la Francia non sarà casa mia per sempre, anche se ormai mi sono affezionata molto, ma di certo non mi rivedo catapultata in Italia.
Per ora voglio godermi ogni momento di quest’esperienza e voglio che il biondino ne faccia tesoro.
Non so neanche dire dove mi vedo da grande. So solo che a tornare indietro si fa sempre in tempo, ma per ora non ne sento l’esigenza.

E voi siete partiti con l’idea di espatriare per sempre o scalpitate per tornare in Italia? Aspetto i vostri commenti!

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Storia di una camicia di seta

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Andare per saldi con le proprie sorelle è sempre un bene, ti riescono a far comprare dei capi multipurpose che non avresti mai comprato, perché ti convincono di avere delle occasioni mondane fantasma dietro l’angolo e non puoi rinunciare all’acquisto.

L’anno scorso mi trovavo a Milano proprio il giorno dell’inizio dei saldi. Sorella numero 1 mi propone mattinata di shopping. Così, armate di scarpe comode, vestiti facili da togliere, carta di credito ready to use siamo partite di buon’ora per accaparrarci i pezzi migliori del primo giorno di sconti.

La ricerca è mirata a capi passe-partout per sorella 1, che possano essere sfruttati per un’inaugurazione, una conferenza stampa,  una serata a teatro. O per me, per una mattinata al mercato, un pomeriggio al parco o una serata…su un volo easyJet. L’emozionante vita mondana dell’expat disoccupata.
Sorella numero 1 mi convince che bisogna avere dei vestiti pronti per eventuali colloqui di lavoro (ma quelli li ho sempre pronti!) e outfit per nonsisamai, una cena, un aperitivo, un invito last minute.

Entriamo in un negozio e intravediamo una camicia, forse più una casacca, una blusa, insomma, non saprei come chiamarla. In seta, azzurro carta da zucchero, con due spacchi laterali e una cintura nera in vita. Elegante, fine, semplice. Eppure bella, bellissima. Decido di comprarla, mentre sorella 2 dà la sua approvazione alla foto inviata via whatsapp.

Già me la vedo addosso, abbinata a un pantalone nero semplice, il bauletto nero appena comprato (con la scusa di eventuali colloqui, un evergreen) e una scarpetta nera o una ballerina, a seconda dell’occasione. Qui in Francia la scarpa conta poco, perché viene abbandonata all’ingresso di casa. Anche quando si è invitati si sta scalzi. Conviene investire di più in calzini non bucati e shellac, anziché in Louboutin da usare solo in ascensore.

Torno a Parigi con la camicia. Cioè in valigia, mica per volare easyJet. La lavo, la stiro e la ripongo nell’armadio. In attesa di un’occasione in cui sfoggiarla. Tipo una degustazione di mango al mercato, una partita a biglie al parco, un vernissage del pianerottolo. Giace lì nell’armadio a guardarmi, implorandomi di essere usata, per un anno.

Poi, qualche giorno fa, mio marito mi comunica che siamo invitati  ad un aperitivo-cena-festa a casa di un suo collega. Uno di quelli che fa le feste in grande e puoi tenere le scarpe. Presenti anche le mogli degli altri colleghi, quelle che tra brillocchi, borse, orologi e Jimmy Choo anche in spiaggia, devono dormire (vestite) nel caveau della banca.
Quale migliore occasione per sfoggiare la camicia!

Preparo l’outfit: me lo provo, lo stiro, lo fotografo e chiedo consiglio a sorella 1 e 2. Approvato. Evvai. È fatta.
Mi vesto con calma, unghie rosse, capelli fin troppo lisci nonostante l’umidità, trucco perfetto. Hanno retto perfino le collant, miracolo, visto che avevo esaurito il parco calze appena comprato in Italia.
Mentre vado a recuperare il maglioncino sul letto, torno in camera del biondino a vedere se si è già vestito. È in bagno, in attesa di qualcuno che lo pettini con il gel, che gli faccia il “pico“, come dice lui. Torno in camera, intravedo il profumo e decido di spruzzarmelo. Non me lo spruzzo mai prima di essermi completamente vestita. La bottiglietta del profumo decide di esplodere sulla mia camicia, macchiandola. Oddio. E adesso? Posso andare conciata così? Eravamo addirittura in orario!

Decido di provare a smacchiarla, poi phonarla. Niente, la macchia è lì. Anzi, l’alone si è perfino ingrandito. Desisto. Prendo la prima cosa che trovo nell’armadio, una blusa carina che però, scoprirò dopo, essersi stinta al primo lavaggio. Il broncio. Volevo mettermi quella camicia, avevo deciso che quella sera avrebbe fatto il suo debutto in società. Invece mi trovo con una blusa mezza stinta con dei fili penduli e che non mi piace.

L’indomani, sorella 2 trova dei rimedi per le macchie di profumo, ma nulla. Anzi, con il sapone di Marsiglia è andato via il colore. Chiamo mia mamma, le racconto il fatto, lei cerca di consolarmi dicendo che “sicuramente ti sei messa un’altra cosa carina”. Mi sentivo un cesso. Mi dice di provare in tintoria, ma le ricordo che porto le cose quasi pulite e mi tornano indietro con dei peli di gatto altrui, non mi fido. Al mio prossimo viaggio in Italia mi dovrà attaccare un centinaio di paillettes, o forse una fascia nera, che magari possiamo salvarla, che mi dispiace, mi piaceva così tanto quella camicia.

*****

Mentre finisco di scrivere il post sono in attesa che La Camicia si asciughi. Oggi pomeriggio ho tentato un salvataggio in extremis che vi racconterò solo se sarà andato a buon fine. O forse vi racconterò lo stesso. Siete curiosi?

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Supermarché : istruzioni per l’uso

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Se avete letto il mio post sulla spesa al mercato (e sugli scambi di nazionalità,  così, neanche mettessi delle s alla fine delle  parole, a casaccio), avrete capito quanto io ne sia fan. Purtroppo non posso dire altrettanto della spesa nei supermercati francesi. Non mi vanno molto giù.

Ormai li ho provati un po’ tutti, ho testato varie categorie e catene. Il Franprix sotto casa, piccola distribuzione, ottimo per gli acquisti last minute. Ha una concentrazione di mille prodotti per centimetro quadrato. Puoi trovare dal mango stagionato nel 2008 (ottima annata), alle bacche di goji albine, alle shuko, perfino i mazzi di tarocchi. Tutto rigorosamente mischiato, scaduto e senza prezzo, nello stesso scaffale. Qualsiasi cosa compri, tipo insalata-ricotta-pita con la muffa, oppure farina-yoghurt-mazzo di tarocchi, sono sempre 20 euro. Le commesse, pure loro a 20 euro, di una simpatia incredibile. Passano la propria tessera fedeltà e accumulano punti sulla tua spesa. Poi ti fulminano se dici bonjour troppo piano, e lo ripetono ad alta voce a mo’ di sfida fino a quando non lo sentono…. tutte le carte dei tarocchi.
Oltre alla pita con la muffa, che ho offerto alla mia amica Alessia prima di scoprire il caratteristico verdino, Franprix mi ha anche infestato gli armadietti di camole grazie a dei rotoli di carta da cucina contaminati. Ce lo teniamo così, perché  è  sotto casa e sempre aperto.

Ho provato il Dia, discount che ho dietro casa, ma fa talmente freddo che mi si congelano le idee. Poteva essere un’alternativa per prodotti come acqua minerale, tovaglioli, carta igienica, ma lo ho abbandonato subito.
Ho provato il Monoprix e il suo punto vendita più caro di tutta la Francia, sarà forse per ripagarsi la bolletta per il troppo gelo, anche in questo caso al banco frigo tocca mettersi il passamontagna, in piena estate.
Ho testato anche il Cora, troppa confusione tra gli scaffali.

Ho comprato cose scadute per sbaglio in altri supermercati vicino casa, scartati anche quelli. In tutti i super c’è sempre talmente tanta gente che alcuni scaffali sono  completamente vuoti per giorni, e di solito un quarto della mia lista della spesa rimane solamente un’idea da cucinare un’altra volta.
Neppure il discount Lidl mi è piaciuto, niente a che vedere con quello Italiano. Però spesso c’è la settimana italiana o vendono doccini da bidet, per cui vale la pena farsi un giro ogni tanto, nonostante la confusione.

Cosa cerco io in un supermercato? Ordine, indicazioni chiare su prezzi e promozioni, disponibilità del personale  (specialmente al banco fresco), varietà  di prodotti, pulizia, assortimento, la cassiera che mi chiede “ha la tessera” e non una che si imboschi i miei punti…. Ancora non ho trovato nulla di tutto questo, almeno in Ile-de-France. Ho visitato dei supermercati al confine con Svizzera e Italia e invece, stessa catena, ottimo servizio.

I miei finalisti, dunque, sono Auchan, anche se troppo dispersivo, e Carrefour (il primo amore di ipermercato non si scorda mai).
Il mio Auchan ha due piani, mille corsie e mille scaffali, troppi. Ha alcuni prodotti italiani interessanti tra cui una vasta gamma di taralli, i Grok e la piadina.

Carrefour è il mio preferito il meno peggio. Il mio punto vendita è  su un solo piano e la disposizione è piuttosto standard. Buoni i prodotti freschi. Al banco dei salumi e formaggi non mi scambiano per spagnola, anzi, c’è il fuggi fuggi generale quando arrivo io, l’italienne. Quella che chiede la mortadella tagliata sottile, senza filo, disposta in modo che le fette si stacchino facilmente. Idem il prosciutto di Parma. Un’addetta questionava sul fatto che dovevo dirle il numero esatto di fette che volevo, non il peso. E mi ha detto anche di contarle, per la prossima volta!

Fino a qualche mese fa ero addicted a dei cereali a marchio Carrefour che ora non producono più, e con la scusa di vedere se esistessero in altri supermercati, ho fatto il giro di molte catene.
Mi soddisfano i prodotti freschi: frutta, verdura, carne, pesce e panetteria sono di gran lunga superiori rispetto a un Carrefour lombardo. In generale, indipendentemente dalla catena di supermercati, trovo che i prodotti freschi e non elaborati siano più buoni in Francia rispetto ai supermercati del Nord Italia.

È vero, in Francia si trova di tutto, ma a me mancano tante cose. Nello specifico mi piacerebbe trovare:
– le merendine fruttate della Kellogs
– il primosale e lo stracchino o altri formaggi simili
– lo yogurt alla frutta senza zucchero e senza edulcoranti
– la focaccia
– tutta una serie di detersivi e soprattutto il Qasar vetri
– i crackers di tutti i tipi
– i rotoloni di carta igienica a due veli e morbidi
– le galatine e le rossana
– la carne di vitello macinata
– i biscotti secchi, magari proprio i Krumiri
– le nastrine
– la panna che si riesca a montare (forse esiste ma non la trovo)
– il lievito per dolci vanigliato
– gli gnocchi ripieni al sugo
– gli amaretti (qualche avvistamento sporadico)
– l’acqua, specialmente gassata, con basso residuo fisso e povera di sodio

Qua e là ogni tanto qualche prodotto interessante fa una comparsata, tipo la scamorza, per poi scomparire di nuovo.

Oggi con mio marito ho sperimentato la spesa online con ritiro presso il punto vendita. Servizio buono ma non ancora eccellente. Il risparmio di tempo è notevole e la tentazione di acquisti compulsivi (soprattutto dolciumi e compagnia bella) quasi assente.

E voi cosa ne pensate della spesa all’estero e degli ordini online? Aspetto i vostri commenti!

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La nostra chasse aux oeufs di Pasqua

In Francia, il giorno di Pasqua, è tradizione organizzare la chasse aux oeufs, ovvero la caccia a degli ovetti di cioccolato nascosti in un giardino.
Ho iscritto il mio biondino alla chasse organizzata nel comune dove abitiamo, poco distante da Parigi. Il gioco era rivolto solo ai bambini residenti e di età  compresa tra i 3 e i 6 anni. Sono state raccolte  650 adesioni.
Il tutto è stato organizzato in un parco in cui alcune aree sono state transennate e il prato cosparso di ovetti e coniglietti di cioccolato.
Il tempo molto incerto, il vento e la pioggia imminente non hanno scoraggiato gli enfants a fare le lunghe file per accedere al gioco.
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Al parco, le zone erano separate in base all’età dei partecipanti. Mio figlio ha voluto partecipare insieme ai suoi compagni di classe di 4 anni, anche se gli sarebbe spettata la zona “5 anni”.
Al fischio di inizio, 650 bambini accaniti (con genitori ancora più accaniti che urlavano indicazioni su dove trovare più ovetti) si sono riversati sui prati armati di cestini e sacchetti. Il vento non ha aiutato i bimbi con i sacchetti (come il mio), che anzi si è perso parte del bottino: alla fine della caccia aveva solo 5 ovetti. Le femmine, più sgamate, hanno approfittato dei maschi che si perdevano il cioccolato e hanno riempito i loro cestini da cappuccetto rosso.
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Alcuni genitori avevano gli zaini pieni di ovetti per non far rimanere male i piccoli che erano stati travolti dalla folla di chasseurs. Io, nonostante lo zaino da campeggiatore, non avevo calcolato l’eventualità. Morale, 5 ovetti raccolti più donazioni da parte delle mamme delle femminucce approfittatrici. Il broncio, però, è rimasto e il palloncino di consolazione è esploso tornando a casa. “Mamma, non ci voglio più andare alla chasse aux oeufs!”.
Ho capito, l’anno prossimo mi dovrò equipaggiare con ovetti di scorta!

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Scappo a fare la spesa: chi mi piglia pe’ frangesa, chi mi piglia pe’ spagnola

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Da quando abito in Francia ho riscoperto il piacere di fare la spesa al mercato.  Non che sia più economico del supermercato, anzi, ma ha il suo fascino di colori e profumi.
Poi ormai è un appuntamento fisso di martedì, giovedì e domenica. Per me è un esilarante evento mondano a cui non posso più rinunciare.
Riesco a farmi due chiacchiere persino con i venditori, cosa più unica che rara, se pensate che le commesse e i venditori in Francia provengono dai migliori concorsi internazionali di antipatia! E riesco anche a intavolare discorsi con le vecchiette che mirano le tibie con il loro carrellino solo per accaparrarsi il posto in fila davanti a me. Fila che, tra l’altro, è sempre indicata da una freccia.

I venditori del mercato ormai mi conoscono, sono la spagnola l’ italiana, quella che sta spesso con l’altra italiana. Con le mie amiche, il martedì o giovedì ci si dà appuntamento davanti al mio banco della frutta, vicino al mio banco degli stock, dove ho fatto grandi affari. La domenica non c’è bisogno di darsi appuntamento, ci si becca sempre per caso. Ormai è impressionante la quantità di bonjour che devo dispensare ogni giorno. Ormai conosco più gente qui che in Italia (o forse in Italia mi hanno tolto il saluto?).

All’inizio esploravo un po’ tutti i banchi, come quello dove ho pagato i pomodorini 20 euro al kg, o quello dei prodotti italiani che fa il provolone in italiano (è un prodotto tipico anche lui!), senza sapere che siamo conterranei.
Poi, con il tempo, ho trovato i miei banchi preferiti, e adesso , come diceva mia nonna, vado sempre dal mio.

Al mio banco della frutta bisogna evitare di farsi servire dalla vecchia, a cui devi far notare che qualche fragola non è proprio mangiabile, ma rimedia subito regalandotene un altro cestino. Meglio farsi servire dal giovane portoghese, con master in fidelizzazione del cliente, soprattutto se femmine, che in realtà ha un debole per la mia amica Alessia,  ma sa scegliere benissimo la frutta. O il suo compare, che ci prende tutte le volte per spagnole, e per farsi perdonare mi offre sempre un cavolo a un euro. Se è un segnale, non l’ho capito.

Dopo aver caricato il mio carrellino di frutta e verdura, vado dal mio della carne. Il garçon è  rumeno e ci prende anche lui per spagnole, ma per farsi perdonare sovraccarica la mia vaschetta di patate arrosto, il cui olio puntualmente finisce sul cavolo. Se porto un’amica che non ha mai visto prima, le regala anche un paio di salsicce (altro segnale da far interpretare al bureau di fidelizzazione del cliente).

Il giro prosegue dallo stockista tunisino, che sotto voce mi dice le anteprime del suo prossimo stock in arrivo, e mi raccomanda di arrivare presto così mi tiene da parte le taglie che mi interessano. Tappa obbligata, il banco dei libri per bambini, di cui siamo azioniste tutte noi mamme del circondario, poi quello italiano che ha il mitico golfetta e il panettone anche in piena estate, e che riesce a tagliare i salumi fini senza accatastare una fetta sull’altra come in tutti gli altri negozi, ma lascia comunque “il filo” alla mortadella. Poi il libanese, succursale del ristorante sotto casa, che essendo di proprietà di una mamma di scuola (nonché amica della libanese del primo piano)  mi regala sempre qualche calorico dolcetto al miele.

Un altro banco vende i tester dei profumi, e il capo è spagnolo ma, comunque, ci prende lo stesso per spagnole. Quello accanto a lui ha degli stock vari, ma credo si tratti proprio di Stock84, perché il venditore è  ubriaco già di primo mattino, e indovinate un po’, ci prende per spagnole.
Gli unici due venditori che non ci prendono per spagnole sono quello del pesce, che ha la moglie italiana che smercia ricette improbabili, e il mutandaro.

Il mutandaro ha un debole per la mia amica Alessia (si, lei miete vittime!) o per l’altra, l’italiana di adozione, Nawel. Ma d’altronde il fascino di ravanare e trovare delle mutande di Chantelle a due euro non ha prezzo. Andiamo a pescare per vedere se anche lui ha rinnovato lo stock, ma più che altro per sentire che complimento ha in serbo per la mia amica e farci due risate. Forse a forza di vendere mutande…

La venditrice di cappelli, pure lei ce l’ha con Alessia, ma più per farle macumbe e non complimenti. Ogni volta ci tocca schivarla, magari passando in mezzo al banco dei fiori e ripetere “mi converrebbe mangiare un mazzo di fiori anziché una busta di insalata, ci risparmierei”.
Ultima tappa, pant pant, andare alla boulangerie a prendere la baguette. Non posso tradire il panettiere con quello del mercato.

Torno a casa, sistemo la spesa e mi dico: “ho dimenticato le carote! Fa niente, tanto oggi pomeriggio mi tocca il supermercato.”
Quella, si, è una (dis)avventura che merita una spiegazione a parte.
Alla prossima puntata!

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Nobody said it was easy: riflessioni di un espatrio

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Mi tocca citare ogni volta la canzone dei Coldplay quando mi chiedono come è iniziata la mia avventura da expat 2.0 in terra francese.
In realtà mio marito ed io, lui già  expat 1.0 come me, cercavamo un lavoro che ci portasse a Londra. Le alternative in Europa per il suo settore lavorativo erano pochissime, le altre ci potevano portare molto lontano in posti che non ci attiravano particolamente per crescere un bambino. Nell’estate 2013 sognavo e speravo che l’azienda inglese per cui mio marito stava facendo i colloqui gli avrebbe offerto una posizione a Londra. Avevo preparato tutto nella mia testa, un po’ come nel 1999 che, a scatoloni pronti per traslocare a Roma, alla fine finimmo a vivere ad Atene. E a noi, last minute change, hanno offerto Parigi. Tanto gli imprevisti di cambio città, nella mia vita, non sono più imprevisti.

Parigi? Oddio. Era una città  che fino al settembre 2013 non conoscevamo. Io e mio marito siamo venuti in esplorazione per la prima volta e immaginarci a vivere qui è stata tosta. Challenging ma tosta. Sarà che mi vedevo già nella campagna londinese a guidare dal lato sbagliato, sarà che il mio inglese era migliore del mio francese, sarà che gli inglesi sono più friendly dei francesi…
Sono arrivata con biondino nell’estate 2014. Il posto mi è piaciuto subito, perché ormai avevo deciso che sarebbe diventata casa. Era la nostra prima avventura di famiglia a 3 all’estero ed è  stato un passo importante. Ero stanca della vita in Italia, della mentalità, dei ritmi, e avevo bisogno di un cambiamento.
Qui ho trovato la liberté,  il “vado in giro come mi pare”, il “mangio a qualsiasi ora”, il “mi butto a prendere al sole in un parco senza che nessuno mi infastidisca”, l’impiegato del comune che ti aiuta a risolvere i problemi con il sorriso, quello della posta più simpatico di quello milanese. E la baguette, non manca mai.

Dopo l’entusiasmo iniziale, sarà che in estate col sole è tutto più bello, è arrivato l’autunno, e poi l’inverno. Nobody said it was easy.
Mi sono iniziata ad annoiare e infastidire quando al centesimo curriculum inviato non mi ha risposto nessuno. Quando, portando i cv a mano nelle aziende,  mi rispondevano che non prendevano cv a mano, ma che fuori dalla porta c’era la cassetta delle lettere (e che cambia?).

Nel momento di “crisi”, gli amici e conoscenti italiani si sono divisi in due categorie: i “vedrai che ce la fai a trovare lavoro e anche le amicizie” e i “ma che ci andate a fare all’estero, te l’avevo detto, stavi qui che ti compravi er maghinone”. Certo, per gli ultimi funziona il sistema che per condividere le tue gioie, olé,  ma nei momenti down tel’avevodetto.

Il lavoro qui non l’ho ancora trovato, e non mi va neanche più di cercarlo spasmodicamente come ho fatto per mesi. In compenso ho trovato delle belle persone con cui ho stretto amicizia e se penso che dovrò salutarle quando lascerò la Francia, già mi scende la lacrimuccia.

Nessuno ha detto che espatriare sia semplice: è un casino. Ma se penso che qui abbiamo un lavoro sicuro, se penso che nostro figlio può vivere in un ambiente diverso, bilingue, noi possiamo scoprire posti nuovi, abitudini nuove, persone nuove….questo per me non ha prezzo. E se poi mi manca la famiglia in Italia, posso sempre saltare su un volo easyJet (che detto tra noi, se non ci fosse bisognerebbe inventarla!).

Tanti ci hanno dato dei coraggiosi, degli incoscienti, dei cretini. Io consiglio a tutti quelli che ne abbiano la possibilità di provare a espatriare. Non credo sia più difficile di vivere la situazione attuale italiana, che è  una giungla.

Ci sono dei momenti up e dei momenti down, dei momenti ma perché non ti hanno mandato a Londra?
Siamo partiti per amore e lo facciamocon amore, consapevoli di quello che lasciavamo e alla ricerca di quello che ci mancava.
L’avventura continua.

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Elogio alla baguette

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Se c’è qualcosa che manca a internet e alla tecnologia, è la possibilità di sentire i profumi. A parole mi è difficile spiegare cosa provo nel sentire il profumo di una baguette appena sfornata. Un pezzo di pane come tutti gli altri, direte. Invece no, lei, Madame La Baguette, è speciale. Il profumo inequivocabile della baguette della mia boulangerie lo potrei riconoscere tra milioni. Così perfetto, invitante. Cosí forte da mangiarla a morsi in ascensore e dover ricomprarne un’altra il pomeriggio. Mi manca già al pensiero che un giorno dovrò abbandonare la Francia.

Chissà come fanno a farla così buona. È ottima in quasi tutte le panetterie. Alcune la fanno gommosa o troppo infarinata che ti si appiccica al rossetto. Ma la baguette, rimane sempre la baguette. Io, che in Italia non compravo mai il pane, ora non posso farne a meno. Che mi frega della pasta!

Dicevo, chissà come prende quel sapore e profumo così buono. Sarà che il panettiere non mette i guanti? Sarà che la avvolge in un pezzo di carta al centro, e poi quello che tocca, tocca? Appena arrivata in Francia, sconvolta dalla baguette “nuda”sul bancone della boulangerie, ho fatto la prova di comprare una mezza baguette. Pensavo che il pezzo di carta avrebbe coperto quasi tutto i pane. “Almeno non si contamina”, mi sono detta. E invece il pezzo di carta che mi hanno messo era ancora più sottile. È giusto per l’impugnatura. A volte di proposito la compro in un atro posto dove la imbustano parzialmente, così da avere un sacchetto a casa.

Insomma, ‘sta baguette va messa sotto l’ascella. Come fai quando hai le buste della spesa, la baguette, il monopattino di tuo figlio da piegare e riporre nell’apposito locale, la posta da prendere? La mia priorità è non far toccare la baguette da nulla e da nessuno. I monopattini possono cadere e sfracellarsi tutti, le uova pure, ma non vi azzardate a toccarmi il pane e a strusciarlo sul vostro manteau.
Su questo i francesi sono fantastici. Le mamme la mettono nuda, ovviamente a) sulla cappottina del passeggino, b) nel cestino del passeggino dove io mettevo il pallone e le bolle di sapone, c) le più chic, nella borsa Vuitton.

Ma il premio “miglior sistemazione della baguette” la vince questo signore che ho incotrato l’anno scorso su un treno della Rer B, mentre tornavo a casa una sera. Avevano soppresso il mio treno, ero stanca e nervosa ma vedere questo signore distinto che non si era fatto nessun problema di contaminazione mi ha fatto ridere da sola per tutto il viaggio. Credo che i passeggeri di quel treno si chiedano ancora il perché delle mie risate a scroscio.
A voi giudicare. Bon appétit!

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