Mamma, vuoi giocare a Mistigri?

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Mio padre chiamava le bambine sudamericane addobbate per la festa Peppa Tencia. Con quei capelli neri adornati di fiocchetti pacchiani e vestitini vaporosi e meringati. Ho sempre pensato che il termine Peppa Tencia fosse entrato nel nostro lessico familiare tramite il dialetto pugliese. Invece mi sbagliavo e ho scoperto solo qualche anno fa che la Peppa Tencia è la donna di picche in un gioco di carte e il termine è lombardo. L’altro ramo della mia famiglia.

Per Natale mio figlio ha ricevuto da un amichetto un gioco di carte che è molto popolare tra i bambini francesi che si chiama Mistigri o Chat Noir. La fascia di età consigliata è tra i 4 e i 7 anni, ma si può giocare con tutta la famiglia, nonni inclusi.
Il mazzo è composto da 33 carte, di cui una raffigura un gatto nero, ribattezzato, a casa nostra, Peppa Tencia.
Lo scopo del gioco è quello di pescare delle carte dagli avversari per formare delle coppie con le proprie carte e poi scartarle. Perde chi si trova in mano per ultimo con il gatto nero.

Nella mia ottimizzazione dello spazio da valigia stavo valutando se vale la pena portarsi questo gioco sempre dietro. Decisamente si. Occupa pochissimo spazio e mio figlio si diverte tantissimo (soprattutto quando vince). Lo stesso mazzo si può usare anche per giocare a memory, togliendo la carta del gatto nero. Oppure si può provare ad adattare un memory con una coppia spaiata. Per i più grandicelli, si può usare un mazzo di carte francesi.

Le maestre francesi usano questo gioco di carte anche in classe, alla materna, spesso proponendolo come lavoretto agli allievi. In effetti non ci vuole molto a fare 33 carte. Possiamo personalizzarle utilizzando dei doppioni di figurine di album scompagnati, dei collage, delle lettere, dei numeri…Perfetto per le giornate piovose o per i pomeriggi afosi.

Mi sa proprio che questo Mistigri sta prendendo il posto del mio amato Uno, ricordo del mio espatrio in Venezuela, correva l’anno 1993.

E a voi piace giocare a carte con i vostri bambini?

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Come insegnare a leggere in francese al bambino bilingue

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Il mio biondino cinquenne, da un bel po’ di mesi, ha iniziato a chiedere “come si legge questo?”. Così, per gioco, gli abbiamo spiegato come si legge in italiano, ma senza usare troppi termini tecnici e paroloni complicati. Conoscendo l’alfabeto, non è stato molto difficile lanciarsi nella lettura. Imparate le regolette delle h mute, le gh e ch, l’impresa è stata abbastanza semplice.

Quando il biondino ha provato a leggere delle parole in francese sembrava Totò e noio volevam savoir. Avevo bisogno di un supporto cartaceo for dummies per potergli spiegare che in francese determinati gruppi di lettere creano suoni difficilmente pronunciabili diversi.
Ho chiesto a delle mamme con figli più grandi che metodo avessero usato a scuola per l’apprendimento della lettura. I due metodi in uso, quello sillabico e il globale (lanciarsi a leggere tutto insieme), sembrerebbero essere alternati e “altalenanti” nella scuola francese. Vanno a periodi… Però per una lingua come il francese sono sempre stata simpatizzante del metodo sillabico e mi sono focalizzata su questo.
Ho cercato su internet del materiale semplice che potesse essere adatto alla sua età, ma non avevo trovato nulla che facesse al nostro caso. Così, un giorno, sono andata in biblioteca e ho chiesto aiuto.

E proprio grazie all’aiuto della bibliotecaria ho trovato il libro perfetto.
Si tratta del “Méthode de lecture” edito da Bled. È consigliato per i bambini dai 5 anni in su e mi sento di consigliarlo anche a ragazzini più grandi che stanno imparando il francese come seconda lingua.

Ogni unità è composta da due o quattro pagine, a seconda della difficoltà del suono che si sta studiando. Il bambino deve riconoscere il suono della lettera o gruppi di lettere trovandolo tra le parole raffigurate in un disegno, poi deve tracciare con il dito ricalcando la lettera sulla pagina accanto. Ci sono delle sillabe in stampatello maiuscolo, minuscolo e in corsivo e delle parole che il bambino deve leggere. Andando avanti con le unità il bambino imparerà a leggere le intere frasi proposte con le sillabe della lezione e quelle apprese nelle pagine precedenti.
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In particolare, l’unità che tratta la differenza dei suoni delle “è é ê” è  mi ha stupito. Mi ci erano voluti 15 anni per capirli… Mio figlio li ha imparati in cinque minuti, questi accenti! Ora ha affinato talmente tanto l’orecchio che scrive gli accenti francesi sulle “e” italiane.

Con il metodo Bled cerchiamo di studiare un’unità ogni sera, solo se lui ne ha voglia. Se invece vuole ascoltare una storia, verso la fine del racconto, gli chiedo di leggere qualche parola qua e là, per tenersi in allenamento.

Ho acquistato da Fnac anche altri libri che preparano per l’ingresso in primaire. Mi è piaciuto molto un ventaglio di carte con tutto il programma della Grande section, l’ultimo anno di scuola materna francese. Utilissimi in viaggio e in fila alla poste, questi quiz stimolano il bambino a leggere…le risposte sul retro!
Nonostante tutto questo arsenale di libri e carte, i volantini pubblicitari, le insegne e le scatole dei cereali rimangono la nostra passione e la fonte primaria di apprendimento.

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Sei un siedista o un impiedista?

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Mi piacciono le differenze culturali e di abitudini..finché non sono troppo diverse dalle mie.
Oggi ho accompagnato la scuola di mio figlio ad una gara in un campo sportivo. Erano circa 300 bambini tra i 3 e i 10 anni.

Sono stata incaricata da una delle maestre di aiutare i bambini ad andare in bagno. Io. Quella che il lysoform a colazione. Quella che ha sverniciato la cromatura di rubinetti di un centinaio di hotel con potentissimi spray disinfettanti. Quella che in case of emergency la fa nel bicchierino. Si, io. Per di più in un bagno francese.

Arrivo con il primo gruppo di bambine, fortunatamente dell’ultimo anno delle elementari. Ci mettiamo in fila, sondo con le altre maestre le abitudini “sederecce” locali. Mi guardano con la faccia da punto interrogativo. Mi dimostro straniera e articolo male delle frasi in francese per depistare il nemico. Non faccio in tempo a raccomandare alle ragazzine un ultimo “non ti appoggiare”, che trac. Eccole lì, belle appollaiate sul wc del bagno pubblico. Quasi quasi mancava la settimana enigmistica, wc edition.
Faccio un breve sondaggio, ma tra i locali la cosa non viene capita: perché  mai una persona dovrebbe non sedersi sul wc? Mica si tratta di cesso alla turca!

Torno a casa con quest’idea in mente e catalogo l’usanza del siedista come una cosa tutta francese. Non solo il bidet, ma anche la seduta di gabinetto libera. Come quando fanno l’annuncio in aeroplano che “questo volo sarà free seating“. E tutti a sedersi liberamente in bagno.
Poi, ancora in piena fase sconvoltaren, chiedo a un gruppo di mamme espatriate di spiegare le usanze nel loro Paese ospitante. Le abitudini straniere non le ho capite, ma ho scoperto che un bel campione di mamme italiane sono dichiaratamente siediste e fanno altrettanto con i propri figli. Non me lo aspettavo proprio.

Non voglio dire che sia giusto o sbagliato, ognuno è libero di sedersi e appoggiarsi. Sono io che provo schifo al solo pensiero dei bagni pubblici, anche se all’occhio possono sembrare puliti.
La mia curiosità di sapere questa usanza nel Mondo continua, ma siedisti non mi avrete mai.
Sono felicemente impiedista. Ho visto cose che voi umani…

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Quando l’expat è in cerca di bussola

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Lo so, mi stufo presto. Quando sto per arrivare al 30 per fare 31, già penso all’1 di qualcos’altro.
Anche se non mi piace fermarmi alla prima impressione delle persone, dei luoghi e delle esperienze, bene o male riesco a farmi un’idea e continuo la mia ricerca più o meno entusiasta.

Quando sono arrivata a Parigi, 2 anni fa, ero carica di speranze e piena di aspettative. Alcune sono state deluse, come la difficile ricerca di lavoro nel mio settore. Credo che se avessi trovato lavoro non avrei scalpitato tanto. Non per andarmene da qui, ma per cambiare. Rivedere da capo la mia routine, il mio approccio con la gente, la mia voglia di riprendere a lavorare, e cercare di vedere il mondo da una diversa prospettiva.

Finito il primo anno francese e scontenta del fatto che per me, lavorativamente parlando, “non c’è trippa per gatti” , avevo ripreso a inseguire il sogno londinese. Quello che avevo iniziato nel 2010, perso di vista nel 2013 per un last minute change, e quasi acchiappato nel 2015. Oh, niente da fare. Londra non mi vuole. Eppure per me ha un richiamo come se ci avessi vissuto in una vita precedente. La sento onesta, accogliente, mia. La bastarda di Parigi mi ha conquistato con calma, ma più per la sua bellezza che per il suo carattere.
Londra si fa desiderare, e lo farà per molto ancora. Dovrò mettere sotto chiave il sogno, manderò un messaggio alla Regina per dirle che sono in ritardo e che forse non farò in tempo: d’altronde non ho mai imparato a guidare dal lato sbagliato e mi fa anche un po’ paura.

Così, il giorno dopo gli attentati di Parigi di Novembre, in uno stato di shock generale, si iniziava a prospettare un altro spostamento. “Tanto, alle brutte brutte, l’anno prossimo a Londra ci finiamo”.
E invece no. Londra mi snobba. Ma non ne faccio un dramma.

C’è un’altra città all’orizzonte che aspetta la mia valigia. Welcome, change. Ho tanta voglia di esplorare, conoscere la gente del posto, imparare una lingua nuova. Voglio sapere esattamente adesso, perché sono un’impaziente, come mi conquisterà la città. O come la conquisterò io. Non sto nella pelle di sapere come saranno le mie giornate, di che colore sarà il cielo, se scricchiolerà il parquet del mio salotto.
Vorrei sapere come si chiameranno le mie nuove amiche e a che ora ci si vedrà per il caffè.
Voglio sapere che gusto ha la pioggia e come soffia il vento, da quelle parti. Voglio novità.
Voglio che sia uguale a qui, ma diverso. Porterò un po’ di “me” con me stessa, ma non troppo.

Mi inizia a mancare già questo posto, che in realtà è pieno di stimoli, ma forse “sbagliato e incompatibile” con quello che avrei voluto fare. Con la testa sto già vivendo altrove, sono catapultata a ore di distanza da qui. E poi sogno. Ho tante speranze di trovare un luogo migliore per vivere e che abbia quello che mi mancava in Francia e in Italia.
Il mio cervello macina idee in continuazione, scalpita a più non posso.

Sono asettica su tante cose ma non posso esserlo per le città che mi hanno ospitato: in tutte quante ci ho lasciato il cuore.
E se dovessi riassumere in poche parole le esperienze da giramondo mie e di mio marito direi che lo facciamo con trasporto.

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Una passeggiata al Parc de Sceaux

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A pochi chilometri a sud di Parigi si trova il Parc de Sceaux, uno dei primi giardini che ho conosciuto dopo essermi trasferita in Île-de-France.
Maestoso e imponente come tutti i parchi alla francese, copre un’area di 181 ettari sui comuni di Antony e Sceaux.
È raggiungibile con la linea Rer B dalle fermate Parc de Sceaux e La Croix de Berny, oltre che da varie linee di autobus che fermano tutto attorno al perimetro.

Voluto da Jean-Baptiste Colbert e da suo figlio alla fine del XVII secolo, il giardino del parco fu disegnato da André Le Nôtre, l’architetto creatore di splendidi giardini, tra cui Versailles e Fontainebleau.
Al centro del parco troviamo le bassin, un bacino artificiale che si allarga alla sua destra in una forma ottagonale.

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Delle scalinate portano verso la parte la alta e costeggiano una grossa fontata a cascata con dei giochi d’acqua. Sette mascheroni fanno da cornice al primo bacino della fontana e sono opere di Rodin, inizialmente poste a decorare una fontana del Trocadéro in occasione dell’Esposizione Universale del 1878.

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Alla fine della salita si arriva allo Château, costruito nel 1856 per volere del duca di Treviso. Da quel punto si può ammirare anche l’Orangerie, del 1686, per opera di Jules Hardouin-Mansart.
Lo Château oggi ospita un Museo. Varie esposizioni vengono organizzate sia all’aperto che all’interno degli edifici principali che fanno parte del Domaine del Parc de Sceaux.

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Château  de Sceaux

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Una parte del parco é dedicata ai ciliegi giapponesi e durante la fioritura la comunità giapponese si riunisce per il tradizione picnic.
Ci sono vari spazi dove ci si può apparecchiare con la propria tovaglia e mangiare insieme alla famiglia e amici, i bambini hanno delle aree gioco a disposizione e un teatrino con spettacoli di marionette. Ci sono anche due recinti con degli animali come cavalli, pecore e caprette che si occupano di “tagliare” il prato.

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È un luogo a cui sono particolarmente legata e una tappa obbligata quando devo riflettere perché i suoi scorci e le sue sfumature di verde mi rilassano e ho la sensazione di trovarmi in un’oasi di pace . In settimana non è troppo frequentato e molto piacevole da percorrere a piedi o in bicicletta. Per quanto sia meno famoso di altri parchi dell’Île-de-France, in una bella giornata di sole lo consiglio ai turisti per un picnic last minute: oltre alla natura, c’è una fetta di cultura francese da ammirare.

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Il ritorno dalle vacanze – desperate housewives edition

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Sul volo di ritorno devo per forza riposarmi: la fine della vacanza significa ricominciare la vita quotidiana. E anche se non ho più un lavoro, il fatto di stare quasi due giorni interi in casa a mettere in ordine mi fa sbroccare.
Preferirei fare il doppio della fatica e andare anche a lavorare piuttosto che  stare chiusa a fare lavatrici, pulire casa, mettere via mille cose in mille cassetti diversi. Cassetti che strabordano anche da semivuoti.
Vorrei andare in giro a contagiare il mondo con l’entusiasmo di chi è appena tornato da un viaggio e dire “non sai che bellooooo-o-h”, e invece io e l’oblò della lavatrice ci sbaciucchiamo mentre gira ininterrottamente. E poi vorrei sfruttare tutto il mio tempo libero per continuare a girare Parigi, che prima o poi lascerò.

Ho il mio schedulato settimanale per le lavatrici che girano preferibilmente nella fascia in cui la corrente costa meno (14-17), quasi sempre a pieno carico o ottimizzando con l’uso dei foglietti acchiappacolori. So che se comprassi un set di lenzuola rosse spariglierei tutto il planning e non lo faccio. Ho perfino tinto alcuni capi bianchi perché d’inverno è la lavatrice che faccio meno, visto che uso biancheria colorata perché il bianco di Parigi viene grigio.

Se prima dell’espatrio dovevo dimostrare di essere Wonderwoman all’italiana, lavorando, con un nano, e con la casa che doveva splendere, ora ho eliminato il lavoro e sono diventata più flessibile con le paranoie da faccende domestiche. Ma non voglio dirlo a mio marito. La cosa che non riesco a farmi passare, nonostante i piani b e c, è lo sbuffo perenne che ho al rientro. Dove il nano va pimpante a scuola, il marito pimpante al lavoro e io pimpante detersivoinmano.

Parlano tanto di sindrome di rientro al lavoro post-vacanza. Ma a casa è pure peggio. Il metodo che ho adottato ultimamente è il “ora o mai più”: se mi faccio prendere dalla pigrizia è finita!

L’organizzazione parte dalla valigia del rientro, spazio permettendo, così da facilitarmi alcuni compiti:
– separazione dei vestiti in base al colore
– svuotare le tasche e rigirare i capi delicati
– piegare bene i panni sporchi in modo da ottimizzare lo spazio, e magari accoppiare calzini con calzini e non calzino con guanto, cone già successo
– raggruppare gli oggetti in base alla posizione dove sistemarli a casa, tanto il volo all’andata è andato bene e il nano non cercherà proprio in quel momento il playmobil del pescatore
– cercare un volo di rientro con atterraggio entro l’orario di fascia oraria più economica per fare lavatrici, passare aspirapolvere e accendere il riscaldamento. Ok, sto scherzando, ma mentre scrivo credo che qualcuno possa prendere spunto.

Quando si arriva alla porta di casa, si lascia la posta sul tavolo, tolte le scarpe e mani lavate, olé, si parte per la maratona. Caricare lavatrice, disfare la valigia, mettere in ordine…più tutto il basic della gestione di una casa che, nonostante la mia paranoia di lasciarla in ordine e pulita prima della partenza, sembra sempre che durante la vacanza abbia accolto una famiglia di zingari.
Poi non possono mancare il lavaggio delle borse, zaini e borsoni, disinfettare i trolley prima di riporli, lavare le scarpe e i giubbotti….Ogni 6 settimane, grazie alla scuola francese, ne abbiamo 2 di vacanze. Non faccio in tempo a ritrovare tutti i pezzi dei playmobil di mio figlio che è già ora di ripartire.

La prossima volta voglio la lavatrice in camera e gli oggetti che si autoripongono…
#vorreitantounlavoro, #menomalecheesistelasciugatrice e #speriamoditrasferirciprimadellaprossimavacanza!

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La valigia (im)perfetta per partenze last minute

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Da quando abito in Francia mi sono dovuta abituare ai ritmi scolastici delle 6 settimane on e 2 off. Mi sembrano i termini di un contratto di lavoro offshore, ma come dice la mia amica expat belga: “in Francia esiste la scuola. Poi, ogni tanto, i bambini la frequentano”.

Nelle due settimane di vacanze, ferie del marito permettendo, si parte.
Il nostro si parte si discute mesi e mesi prima. Per poi ridurci all’ultimo minuto sulla scelta della meta. Intanto fare da agenzia di viaggi ogni sei settimane mi stressa, poi a me piace andare in giro per le città, ma capisco anche che mio marito voglia riposarsi e non ami il freddo. Escludendo le mete di lungo raggio che “poi io sto sveglia a intrattenere i passeggeri del volo senza aver mai possibilità di recuperare le ore di sonno perse”, e calcolando che per alcuni viaggi servono più di 5 o 6 giorni per visitare il posto, alla fine si ripiega su destinazioni europee, egregiamente servite dalle compagnie low-cost.

Ecco qua che cerchiamo di trovare una destinazione per dopodomani. Requirements di mio marito: che faccia caldo, no sbattimenti di affitto macchine per questa volta (sarà la multa del viaggio di febbraio?) o giri rocamboleschi.
A me piace andare in viaggio, ma sono pessima a organizzarli. Cioè, se è un weekend a Londra pure pure, ma in posti sconosciuti e con poco tempo a disposizione per pianificare sono una frana.

La difficoltà dello scegliere il “dove” sta anche nel trovare qualcosa che piaccia al nostro cinquenne e spesso i giri turistici tradizionali risultano noiosi per lui.

Al momento di preparare la valigia, panico. Cioè io, che ho passato una vita con delle chiamate di lavoro last second e una valigia semipronta per girare il mondo, mi incarto su un trolley per 5 giorni. Preferirei andare in giro in divisa.
Mi incarto doppiamente, perché devo pensare anche a quello di mio figlio.

Facciamo che partiamo solo col bagaglio a mano. Ok, ma avete mai visto la gente che parte solo con il bagaglio a mano per 6 giorni? Io sono quella che prenota l’hotel in base alla distanza con la lavanderia a gettoni. Odio, dico odio, dover pianificare oggi cosa mi metterò tra 3 giorni, che magari non sarò nel mood giusto per vestirmi di nero (colore passe-partout da valigia) e che i 20 gradi di Parigi non sono gli stessi di Amsterdam, Roma o Lisbona. Io che un pigiama massimo due notti, che ho i miei asciugamani di microfibra perché quelli dell’hotel li lavano col pensiero, posso stare nelle dimensioni previste del bagaglio a mano?
Ce l’ho fatta, l’anno scorso, per 5 giorni a Londra. Un freddo cane e metà della valigia….ce l’avevo addosso.

Anni fa avevo una checklist della valigia perché ero precisetti, ora ce l’ho solo perché sono diventata smemorata.

La lista generica per questa stagione prevede:
– miniature da viaggio di prodotti da bagno
– trousse di medicine eno-o-o-rme con all’interno (non so perché) copia delle carte di identità
– pigiami, nella misura di 1 per ogni coppia di notti fuori
– biancheria intima
– magliette, canottiere, pantaloni, leggings (il tutto possibilmente tinta unita, scuro perché in vacanza c’è il festival delle macchie)
– felpe, meglio se con cappuccio, e maglioncini
– asciugamani
– abbigliamento per andare in palestra, se mi dovessi riscoprire sportiva proprio durante la vacanza
– sciarpa che eventualmente possa fare da pareo o telo mare
– phon portatile potente o piastra, a seconda delle foto del phon dell’hotel reperite su tripadvisor
– borsa, la più piatta che c’è nel mio armadio (risale al 2006 e nonostante i numerosi prepensionamenti, non trova ancora un degno sostituto da viaggio)
– ombrellino
– scarpe di ricambio
– infradito da doccia
– salviette disinfettanti per bagno e altre superfici (il telecomando dell’hotel andrà avvolto tipo mummia, non prima di aver imparato a memoria tutti i tasti)
– trucchi, caricabatterie, documenti, soldi, chiavi, fazzoletti e salviettine, tablet, libro, penne, forchette e cucchiai di plastica, sacchettini di plastica vari, cibarie, occhiali da sole, cappellini, mollette da bucato multiuso.

Secondo me, non ci sto. Nella valigia del biondino devo mettere i suoi vestiti (un cambio al giorno, almeno!), il suo pupazzo, colori, fogli per disegnare, qualche giochino, il seggiolino auto gonfiabile….
Fino a due anni fa ero del tipo o bagaglio da stiva, o bagaglio da stiva. Mi piace stare comoda, ma devo avere uno spazio per eventuali acquisti e regalini.
Ma l’importante è godersi il viaggio, no? Mica la valigia…

E voi, a cosa non potete rinunciare quando partite?

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Quella volta che….i semi di pino

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Autunno 1994, Città del Messico. Ci siamo appena trasferiti in questa grande città e non vado ancora a scuola, stiamo aspettando che a giorni arrivi il container con i mobili.
Abitiamo in un residence stile abbastanza messicano, con dei divani di lana pelosa e delle foto sulle brochure di manichini in asciugamano che ancora mi viene da ridere.
Di solito, nei nostri numerosi traslochi internazionali, dopo pochi giorni in hotel ci spostavamo in residence con cucina per il semplice fatto che mio padre “bella la vita in hotel, ma io voglio mangiare la pasta”.

Siccome mia madre è tanto brava a cucinare e la cucina italiana nel mondo spopola, ecco che a pochi giorni dall’arrivo, anziché prendere le misure con la nuova città, mia mamma si ritrova a spadellare per i colleghi di mio padre. E se non ti basta la cucina, che problema c’é, ti mettiamo a disposizione anche casa, ahorita ahorita, così puoi cucinare meglio. Certo, bella la vita della moglie expat, vero mamma?

Mentre la vita in residence diventa pallosa, penso al container con i mobili che non era ancora arrivato. Già pensavo a come organizzare l’arrivo e lo smistamento degli scatoloni. Chissà in quale cassa erano tutti quei lucchetti e i coltellini svizzeri che mi piacevano tanto. O il Topokit, quella sorta di survival kit trovato durante l’estate su Topolino, che comprendeva una serie di cose da giovani marmotte, tra cui un contenitore a tenuta stagna?

Qualche giorno dopo, cocktail con gli italiani a cui potevamo partecipare noi bambini. Mio padre parla con qualcuno dell’Ambasciata e spiega che il container è quasi arrivato a Veracruz. Finalmente potrà riabbracciare i pacchi di pasta, le orecchiette sotto vuoto e il pomì. Si inizia a parlare della difficoltà di riempire gli scatoloni dall’Italia, talmente tante sono le cose vietate in Messico che se ti beccano allo sdoganamento sei fregato…come quello che cercava di importare dei semi di piante.

Oddio. Deglutisco a fatica il dattero ripieno di roquefort, giuro che non lo mangerò più, anzi, devo mandare un fax a Rebecca a Caracas per segnalare l’accaduto, quella cucaracha non si deve mangiare.
Alzo la mano, come a scuola, nessuno mi fa parlare. Avevo una cosa importante da dire. E se mi dovevano arrestare, tanto vale farlo lì, subito, con l’Ambasciatore e il Console presente. Già mi vedevo in una cella messicana. O, peggio, mio padre, per non aver supervisionato paranoicamente l’imballaggio degli scatoloni.

Sono troppo onesta e devo dire la verità. Abbiamo già rischiato er gabbio giorni fa quando ci hanno dato 3 bandana per sbaglio e ne abbiamo pagate solo due. Mia mamma mi lancia un’occhiataccia e spara uno “zitta” a ultrasuoni che sente tutta la sala. Devo dirlo. Ok, me ne frego, lo dico. “Papà, nel Topokit ci sono dei semi di pino. È un piccolo sacchettino ma…oddio, sono vietati, non lo sapevo.” Panico.

Anziché rassicurarmi sul mio futuro che già vedevo proiettato in qualche scantinato di prigione messicana, tutti gli italiani iniziano a prendermi in giro. Dicono che il nostro container sarà riconoscibile dal pino che sarà nato grazie alle piogge e all’umidità dell’oceano e che per me non ci sarà nulla da fare. Detto da diplomatici, poi, paura.

Ho passato una settimana in pena, ho ripensato mille volte alla costruzione del Topokit. I semi di pino potevano essere solo nel contenitore a tenuta stagna, e non sarebbe mai potuto nascere un pino in un container.
Per i traslochi successivi, ma anche per le valige che hanno percorso migliaia e migliaia di chilometri, paranoia pura.

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Una supersonica visita a…

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Vado a fare la spesa, parto già prevenuta che anche in questo supermercato non saranno in grado di tagliare la mortadella, non ci sarà il mio detersivo preferito e i cereali che tanto mi piacevano, beh, li hanno ritirati dal mercato. Sulla strada che da casa mi porta al Carrefour becco, senza esagerare, una quindicina di imbecilli al volante di auto della scuola guida. Ma dico io, perché devono intasare la strada che porta all’aeroporto? Non possono farsi le penniche ai semafori di un’altra zona? Sì, perché in Francia, quando scatta il verde, il guidatore – anche se non piu’ principiante- aspetta a partire. Secondo me c’è una regola del codice della strada che prevede una siesta, o una procedura particolare per cui tra quando molli il freno e schiacci l’acceleratore devi contare fino a 10 in sanscrito. E comunque dietro ogni rimbambito con il cappello invisibile capito io. Come alla cassa del supermercato, riesco a scegliere sempre la fila più lunga.

Con queste premesse, arrivo al parcheggio del supermercato con i capelli in piedi. Ho provato a fare la spesa online, e mi è anche abbastanza piaciuta, ma c’è una ragione particolare per cui mi faccio tutte le rotonde con semaforo incluso (metodo del doppio ingorgo) per arrivare fino a qui. E non è per la mortadella che finalmente qualcuno ha imparato a tagliare, ma un incontro speciale che faccio ogni volta che parcheggio.

Il supermercato confina con le piste dell’aeroporto di Orly, e vedere degli aeroplani da vicinissimo già dovrebbe essere sufficiente per calmarmi. Invece, proprio adiacente alla rete del parcheggio, c’è lui: sua maestà il Concorde.

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Il Musée Delta di Athis Mons accoglie un esemplare di concorde, matricole F-WTSA. Dal 1973 al 1975 ha effettuato 311 voli supersonici. Non era destinato al servizio di linea, bensì a dei voli di dimostrazione e sviluppo del progetto Concorde.
Parte della cabina era stata equipaggiata di sedili di lusso, per accogliere i rappresentanti delle compagnie aeree ed eventualmente far firmare loro i contratti di acquisto.

Dal 1976 F-WTSA è stato esposto a Orly e negli anni ha subito varie trasformazioni. Dapprima il cockpit era stato reso inaccessibile da un pannello di plexiglass, ma più recentemente (forse a causa dei lavori di restauro) la paratia è stata tolta ed è possibile sedersi e farsi fotografare ai comandi.
La prima sezione della cabina passeggeri ha dei sedili, anche se originariamente era dedicata a degli strumenti di misurazione. Nella seconda parte possiamo ammirare una ricostruzione e molte fotografie della vita del Concorde.

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Il Museo è aperto solamente dalle 14 alle 18, di mercoledì e di sabato.
Il Concorde è facilmente raggiungibile in auto e si può usare il parcheggio del vicino Carrefour. Oppure con il tram t7 che fa capolinea proprio davanti all’aeroplano ed è una fermata dopo l’aeroporto di Orly.
L’ingresso comprende la visita guidata ed è di 3 euro per gli adulti, 1 euro per i bambini dai 5 ai 12 anni e gratuito per i minori di 5 anni.
Il personale del Museo è molto disponibile a fornire spiegazioni tecniche sulla vita di questo fantastico aeroplano.
Una piccola boutique di souvenir a tema aeronautico è presente all’ingresso.
Ulteriori informazioni qui.

Dopo aver visitato gli esemplari esposti a Le Bourget, dove tutto è accuratamente impacchettato, scoprire il Musée Delta è stato molto piacevole per provare l’emozione di sedersi in cabina di pilotaggio e scattare foto.
Che siate grandi, piccini, appassionati o solo di passaggio a Orly, un giretto sull’aeroplano supersonico è d’obbligo.

Chi non ha mai sognato volare sul Concorde?

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I nostri amici espatriano!

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Quanti nella vita hanno detto “mollo tutto e scappo all’estero?”. Quanti l’hanno veramente fatto?

Oggi vi racconto di Claudia e della sua famiglia che, mentre scrivo questo post, sta lasciando Roma per trasferirsi a Vancouver.
Ho conosciuto Claudia quando mi sono fidanzata con il mio morettino: lei è la compagna di Alessando, un caro amico di mio marito.

Alessandro aveva trascorso lunghe vacanze in Canada sin da ragazzo, con la scusa di andare a trovare i suoi parenti canadesi che lo accoglievano sempre a braccia aperte. Claudia e Alessandro hanno sempre parlato di voler lasciare l’Italia, nonostante a Roma avessero entrambi un lavoro, la famiglia, la casa. Eppure mancava qualcosa.

Mi hanno affascinato i racconti dei loro viaggi in Canada e la determinazione di tutta la famiglia di voler portare a termine il loro progetto di trasferirsi. Poi, un giorno, la decisione: mollo tutto. Che futuro dare in Italia ai bambini?
Cosi’ la famiglia expat to be ha iniziato tutte la pratiche per poter ottenere il visto di ingresso e il permesso di lavoro per il Canada. Il procedimento è stato lungo e la strada tortuosa, tant’è vero che ci sono voluti quasi due anni per avere l’ok per espatriare. Ogni step era un avvicinarsi alla meta.

Oggi, armi e bagagli al seguito, tante speranze e coraggio nel bagaglio a mano, coronano il loro sogno e, quando leggeranno queste parole, saranno già fully immersed nella loro nuova vita canadese.
Sono felicissima della loro scelta e sono certa sia quella giusta.I loro splendidi bambini, che non ci metteranno molto ad adattarsi al nuovo ambiente, un giorno li ringrazieranno.

Non vedo l’ora che ci raccontino la loro esperienza e le loro sensazioni. Benvenuti nella nuova vita e buon inizio!

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